Si vales bene est, ego valeo. Empatia?

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Si vales bene est, ego valeo. Empatia?

18 Luglio 2014 Blog comunicare counseling 0

articolo di Cristina Fiore

Empatia, una delle condizioni dell’ascolto empatico, movens delle relazioni d’aiuto, imprescindibile rogersiana  condizione è ad oggi un dominio condiviso tra psicologi, cousellors, psichiatri, neurobiologi, educatori, ricercatori, insegnanti, genitori, fidanzati.
L’assidua frequentazione ne fa “terreno dei popoli” e i popoli inquinano, calpestano, strausano e ristagnano in definizioni riportate e rivendute senza averle mai davvero digerite.
L’etimo è noto, somma le parole greche en (dentro) e pathos (sofferenza, sentimento ).
Il termine definiva il rapporto che legava l’attore- cantore  al suo pubblico; è nella tragedia (che lega il suo nome ad antichi culti)   greca che la filosofia affonda le sue radici e la drammatica Ateniese del V e IV a.C. (Eschilo, Sofocle, Euripide) riflette il suo tempo.
Il pubblico tutto presente in sala, dal povero al ricco, era empaticamente avvinto da quanto veniva proposto; assorbito dalla duplice valenza empatica dell’identificazione dell’attore con il personaggio e di sé con l’attore, il tutto favorito da uno scenario che portava parti riconoscibili della società dell’epoca.

Per entrare nell’emozione della rappresentazione sto “come se” la vivessi anch’io.

La stessa dinamica in atto durante una “pratica di ascolto”, passatemi l’espressione, quale essa sia e da chiunque praticata.
Dall’antica Grecia alla Germania della seconda metà del 1800 per trovare il termine Einfϋhlung, coniato dal filosofo Robert Vischer, che lo ha definito come “simpatia estetica”; la sensazione di condivisione del pathos che si prova di fronte ad un opera d’arte o ascoltando un brano musicale. Perdersi nel paesaggio delineato su una tela, sentire le emozioni di un volto sapientemente acquerellato o commuoversi fino alle lacrime sulle note di una composizione.
Edith Stein definisce il termine Einfϋhlung come “esperienza sui generis”, esperire “lo stato di coscienza altrui”, sentire insieme.
Nelle helping professions l’empatia è caratterizzata da un protendersi verso l’altro con atteggiamento scevro da giudizio positivo o negativo e da ogni etichetta morale, cercando di tenere a bada le personali attitudini affettive.
Giacomo Rizzolatti, con Fogassi e Gallese, ha pubblicato un articolo divulgativo che riassume gli studi che il suo gruppo ha condotto sia nell’uomo che nella scimmia (Mirrors in the mind. Scientific American 295 (5): 30-37, 2006).

I neuroni specchio, attivati da un pattern comportamentale altrui, costituiscono un ponte diretto fra le persone, nell’ambito di ogni esperienza reciproca, costituendo una base dell’apprendimento per immedesimazione, dell’imitazione inconscia e pre-riflessiva, e della comprensione per empatia.
Come correttamente sottolinea Angela Ales Bello nell’articolo “I limiti dell’empatia”  possiamo riconoscere l’emozione dell’altro e magari declinarla il più possibile ma non saremo mai in grado di sentire la stessa intensità e il significato peculiare che ha assunto per lui.
Ogni essere umano ha propria autonomia e può mettere in condivisione i suoi vissuti dal punto di vista strutturale ma mantiene caratteristiche peculiari e personali da tenere sempre in conto.
Si vales bene est ego valeo, se tu stai bene anch’io sto bene… ma in modo meravigliosamente differente.

 

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