Primo giorno d’asilo

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Primo giorno d’asilo

10 Luglio 2014 Blog pedagogia psicologia 0

Articolo di Noemi Passalacqua

Si parla spesso di inserimento all’Asilo, primo giorno di Scuola e riflettendo riguardo a questo mi sono chiesta ma dove caspita stiamo correndo tutti??? Che fretta c’è di lasciare un bimbo di 2/3 anni all’Asilo?

L’Asilo dovrebbe essere un’opportunità che offriamo ai nostri figli di socializzare, di inserirsi nel mondo, di esprimersi liberamente senza la nostra presenza, senza il nostro costante occhio vigile di genitori. E invece si assiste ad un miscuglio di persone, grandi e piccini, che senza essersi mai conosciuti e presentati, cercano frettolosamente di “separarsi” e per di più col sorriso.

Ma perché io bambino di 2/3 anni dovrei accettare con serenità di essere lasciato da mia mamma, che si presume essere la mia figura di sicurezza, senza protestare o mostrare la minima preoccupazione? È terribile! Una cosa del genere è angosciante e per di più fatta in tutta fretta perché così fa meno male. Il dolore negato non è meno doloroso. Tapparsi un occhio di fronte alla sofferenza non la fa sparire né ci aiuta a non sentirla, ma ci isola.

I bambini vanno accompagnati nel mondo, vanno aiutati a manifestare le loro paure e angosce e l’adulto deve imparare ad ascoltare tali emozioni. Un genitore/educatore terrorizzato, aumenta la paura di chi lo osserva. L’inserimento al nido dopo tutto serve a questo, si richiede ai genitori di prendersi una settimana “libera” o quasi per poter accompagnare il bimbo in questa nuova avventura.

Lo stesso vale per gli insegnanti che non devono aver paura che la mamma e il bimbo abbiano difficoltà nel separarsi, ma devono prendersi tempo, il tempo che serve ad una mamma e un bambino per salutarsi.

E poi se il bambino non sarà tranquillo dopo la prima settimana di inserimento, che importanza ha? Ci si riproverà quella successiva e quella dopo ancora se sarà necessario, con pazienza, rispettando i suoi tempi. Non penso che strappandolo dalle braccia della mamma, mentre supplica di non lasciarlo lì, gli si favorisca un inserimento indolore. In questo modo non si fa altro che lasciare il bambino solo con la sua angoscia, passandogli il messaggio che deve cavarsela da solo perché noi non possiamo essergli d’aiuto.

Bell’affare se il tuo migliore amico nel momento del bisogno ti volta le spalle! Pensiamo se quelle spalle girate che si allontanano ignorandoci sono dei nostri genitori.

Certamente dopo la nostra uscita è probabile che le maestre ci racconteranno che si è calmato, che si è tranquillizzato, che ha ritrovato la sua quiete, tutti ripartiamo dopo un grande dolore, è fisiologico, ma l’angoscia, il dolore hanno bisogno di trovare un posto e chissà dove finiranno in quel bambino lasciato solo. Non sono a favore delle terapie d’urto, non sono quella che consiglia di lanciare i bambini in acqua perché così impareranno a nuotare, non sono quella che consiglia di lasciare i bimbi urlanti nella loro culletta tanto prima o poi prenderanno sonno e non sono quella che consiglia di lasciare i bambini nella loro stanza a piangere perché tanto prima o poi si calmeranno, non sono per l’abbandono delle emozioni degli altri, grandi o piccini.

Io credo che si debba stare affianco ai nostri figli, che gli si debba aiutare a dare voce ai loro stati d’animo, siano essi spiacevoli o fonte di dolore e fatica per noi. La solitudine non aiuta un bambino, la solitudine non aiuta nessuno, al contrario insegna solo ai nostri figli a non chiedere aiuto e a non fidarsi degli altri.
Se non c’è fiducia c’è paura e la paura non ci rende liberi di essere quello che siamo, ci tarpa le ali e ci costringe a correre, sempre più veloce in modo da non aver tempo per sentire quanto siamo spaventati, spaventati che nostro figlio stia crescendo.

 

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