Please , do not jump to solutions

La V1 è definita come “Critical engine speed” o “Velocità decisionale”. Rappresenta la massima velocità in decollo entro la quale il pilota può decidere di arrestare la corsa del velivolo e abortire lo stesso in totale sicurezza. Oltre il punto di raggiungimento della V1 lo spazio di frenata risulta maggiore dello spazio di pista necessario per il decollo.

Lo spinoso affare del “problem solving”.

Il sistema sociale e culturale in cui viviamo ci pressa in un’ottica soluzionistica e veloce che perde di vista troppo spesso il valore della persona e che ha importanti ricadute nell’ambito dell’accesso alla reale soluzione; determinando così l’errore dal quale vuole allontanarsi: una maggiore perdita di tempo e una caduta motivazionale da parte di colui che si rivolge ad un consulente perché lo aiuti a trovare una soluzione a lui adatta.

L’analisi può partire da due punti chiave:

  1. la definizione di cosa sia un problema
  2. l’appartenenza del problema

Un problema sorge quando un essere vivente, motivato a raggiungere una meta, non può farlo in forma automatica o meccanica, cioè mediante un’attività istintiva o attraverso un comportamento appreso.
G. Kanizsa (1)

Kanizsa pone l’attenzione sul movimento interrotto, sulla tensione a raggiungere qualcosa, e sull’impossibilità di chiudere il cerchio a causa di una carenza di dati appresi o istintuali.

Inoltre, passando al secondo punto, possiamo affermare che “il problema lo risolve chi ce l’ha”… e siamo sempre certi della paternità dello stesso? In un’ottica relazionale (T. Gordon), ha il problema chi vive il sentimento, puramente soggettivo, di non accettazione del comportamento dell’altro.

Siamo passati dall’idea che l’individuo cresca attraversando una prima fase in cui “impara” per approdare ad una seconda in cui “applica”, al pensiero Life Long Learning che ci racconta di una continuità dei processi di apprendimento che nel sociale attuale dovrebbero basarsi sullo sviluppo di competenze che riguardino la creatività, il pensiero critico, la gestione emozionale e quindi il problem solving.

Dice Polya (2): “risolvere problemi significa trovare una strada per uscire da una difficoltà, una strada per aggirare un ostacolo, per raggiungere uno scopo che non sia immediatamente raggiungibile. Risolvere problemi è un’impresa specifica dell’intelligenza e l’intelligenza è il dono specifico del genere umano. Si può considerare il risolvere problemi come l’attività più caratteristica del genere umano”.

La forma -ing di problem solving sottolinea la natura del processo, che si sviluppa e si muove in un continuum relazionale, dove la persona e i suoi bisogni devono essere ben noti.

Per accedere all’analisi del problema, bisogna quindi conoscerne a fondo la natura e i confini, investendo un tempo proficuo nell’analisi dei bisogni del rischiedente e resistendo all’impulso soluzionistico.

Gli strumenti di questa “fase 0” sono principi costitutivi del counseling come l’ascolto attivo, il feed back, la riformulazione; la restituzione della responsabilità della soluzione del problema al fine di creare autonomia, ripescare resilienza, accedere a dimensioni creative.

Se prendiamo ad esempio il modello del F.A.R.E. (focalizzare, analizzare, risolvere, eseguire), punteremo decisamente al primo e secondo punto (focalizzare, analizzare) ed investiremo qui gran parte del processo solutivo per evitare di trovare soluzioni frettolose prive di analisi accurata del problema a monte.

Nelle 6 fasi del problem solving che Gordon eredita da Dewey, il focus sta nell’esprimere il problema in termini di bisogni.

Applichiamo il metodo alla famosa storiella della coppia con una sola autovettura.

I coniugi Rossi possiedono un’auto famigliare e nessun altro mezzo.
Il mercoledì pomeriggio la signora Rossi si rivolge al marito e dice:
Caro, il giovedì ci sono le offerte speciali al supermercato XXX, quindi domani ho bisogno dell’auto, assolutamente!
Il signor Rossi, che stava leggendo il giornale seduto sul divano, sobbalza e dice alla moglie:
Eh no cara, assolutamente no! Domani ho una importante riunione di lavoro, la macchina serve a me!

Chiediamo: quale è il bisogno dei signori Rossi?
La maggior parte delle persone risponde spontaneamente: hanno bisogno di un’altra auto.

Eccoci di fronte al “SALTO ALLE SOLUZIONI”; la seconda auto è infatti una soluzione e non un bisogno. Appunto UNA delle POSSIBILI soluzioni, ma posta in questi termini sembrerebbe l’unica.

Se ci fosse stata un’adeguata consulenza, la procedura corretta avrebbe innanzitutto esplorato i bisogni del signore e della signora Rossi; il primo vuole andare alla riunione, la seconda al supermercato.
Il ventaglio delle soluzioni si apre e l’acquisto della macchina sarà una delle possibili soluzioni ma non la sola, il signor Rossi avrebbe potuto andare con un collega, la signora con la sorella, avrebbero potuto accordarsi in modo che la signora, prima di fare la spesa, portasse il marito al lavoro e, in seguito, lo recuperasse.

Possiamo quindi affermare che la nostra velocità decisionale diventa determinante solo dopo una buona analisi dei bisogni; affannarsi prima sarebbe invece il contrario, una perdita di tempo ed energia intorno ad un problema di confini e paternità sconosciute.

(1) Gaetano Kanizsa:
Nacque da padre ebreo ungherese (di Nagybecskerek) e madre cattolica slovena (di Plezzo). Dopo aver atteso gli studi superiori nella città natale, si iscrisse alla facoltà di filosofia dell’università di Padova, dove Cesare Musatti lo introdusse alla psicologia.
Si laureò nel 1938 con una tesi sulle immagini eidetiche, subito pubblicata dall’Istituto veneto di scienze, lettere ed arti.
Colpito dalle leggi razziali, fu privato della cittadinanza italiana e confinato a Buttrio.
Dopo l’armistizio di Cassibile fuggì a Roma dove aderì alla Resistenza; grazie all’appoggio di Luigi Meschieri, gli fu procurato un posto da ricercatore all’Istituto di Psicologia del CNR.
Dopo il conflitto Musatti lo chiamò ad affiancarlo al Laboratorio di psicologia della Olivetti.
Vi rimase sino al 1947, quando ottenne un posto di assistente all’università di Firenze; poco dopo divenne assistente dello stesso Musatti all’università di Milano.
Dal 1953 fu professore ordinario all’università di Trieste dove fondò l’Istituto di Psicologia. Laureatosi a Padova con Cesare Musatti, divenne uno dei protagonisti della psicologia sperimentale italiana.
Fu esponente della tradizione della psicologia della Gestalt e acquisì fama internazionale con la pubblicazione di un articolo sui Subjective Contours su Scientific American nel 1976.

(2) György Pólya, noto come George (Budapest, 13 dicembre 1887 – Palo Alto, 7 settembre 1985), è stato un matematico ungherese. Lavorò su una grande varietà di argomenti matematici, incluse le serie, la teoria dei numeri, il calcolo combinatorio e la probabilità

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