Per gioco e per amore

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Per gioco e per amore

25 Giugno 2014 Blog counseling prenatalità 0

articolo di Cristina Fiore

Mi permetto di scrivere queste righe senza consultare pagine scientifiche né citare altisonanti e ragionate bibliografie.

Scherzo con le parole, significanti e significati in una libera associazione di pensieri che passa dal gioco, al prenatale, alla coppia, ai genitori.

Per caso e per amore…

Gioco, il cui etimo comprende il giorno e il dardo[1], è un suono tondo che riempie la bocca e l’anima di sapori sudati e zuccherini.

Mi vien da pensare come il gioco sia una dimensione dell’anima legata al momento più che all’età e così ancora rifletto che nella sfera ludica coesiste quella progettuale intesa come il “role playing” della vita in cui ognuno sperimenta parti di se troppo spesso negate nel quotidiano.

Gioco-Progetto, momento di spinta al dopo, “il termine deriva dal latino proiectum, participio passato del verbo proicere, letteralmente traducibile con gettare avanti; il che spiega anche l’assonanza etimologica dei verbi italiani proiettare e progettare”[2].

Il “facciamo che” dei bambini dunque, che racchiude  momenti ludici e progettuali, diventa parte fondamentale nella costruzione del Sé che diventa via via integrato completandosi con parti acquisite di volta in volta, vivendo, e permettendosi scorci di infanzia, sempre meno duraturi ma non per questo meno intensi.

Dice la Crittenden[3] “le uniche informazioni che abbiamo sono quelle sul passato, mentre le uniche che ci servono sono quelle sul futuro” e il gioco diventa in qualche modo una finestra sul domani, capace di leggere informazioni o meglio di formare “predizioni” su ciò che si vivrà o si potrà vivere.

Progetto – Progetto di Vita. Altra associazione che mi sale dal cuore alla mente. Quanto di giocoso c’è nell’innamoramento e nella scelta di avere un bambino e intendo per giocoso non certo la leggera predisposizione al distrarsi ma l’allegria, la “giocondità”, passatemi l’associazione di suoni e non di etimo.

La coppia che vuole proiettare se stessa nella dimensione genitoriale diventa legata all’unione di corpi amanti in cui ci si augura la presenza della dimensione ludica come massima espressione comunicativa. La scelta della controparte come “metà” è qui correttamente interpretabile. Metà di ogni parte della coppia contribuisce alla formazione di quel progetto di vita.

Progetto di Vita – Gravidanza. La natura impera, trionfa si impone fisicamente e ormonalmente. Costringe la donna a tornare in sé  ad essere emotivamente vicina alla sua “bambina  interiore”[4] con il tumulto endocrino che la porta ad essere vibrante e certamente progettuale. Sente il nido da costruire, la culla, i vestitini. Così il padre che talvolta si associa alla sintomatologia materna fino a sviluppare una “couvade[5]” e comunque più spesso registra sbalzi ormonali non tali da essere definiti patologici ma sufficienti a fornirgli una nuova dimensione di percezione di sé rispetto all’evento. E la coppia si impegna a vedersi “genitoriale” sperimentando, con il bambino ancora in pancia, il gioco della costruzione dell’ambiente adatto; il “facciamo che” ritorna. Per gioco e per amore, appunto. E qui si apre la dimensione giocosa della definizione del bambino in arrivo che sarà ballerina o calciatore, amerà il giallo e porterà i calzoni come il papà, sperando non abbia il naso come lo zio.  Proviamo ad ascoltare una bambina che parla del suo bambolotto-figlio e ritroveremo frasi come “A lui piace andare a giocare a pallone” o “E’ un bambolotto maschio ma facciamo che sia una bambina e vestiamolo di rosa” e altro ancora.

E ancora i “giochi con il pancione” così abilmente tracciati e condotti da Gabriella Ferrari[6] in cui la donna gioca con il suo bimbo riconoscendone l’unicità e le capacità relazionali;  è con questi che il babbo si può sentire coinvolto in un rapporto che esce dal dominio della sua mente per inondare quello ben più adatto della dimensione emotiva.

Gravidanza – Nascita.

Il bambino assume la dimensione di bambino nato. E la coppia si riadatta a lui inventandosi una modalità di relazione diversa sempre di gioco e tatto. Si scoprono i linguaggi vezzeggiativi, il “motherese[7]” quel linguaggio fatto di poche parole e molti sorrisi.

Ed è attraverso la dimensione ludica  che il piccolo cresce e impara e così, per gioco e per amore, si prepara ad essere in un ruolo di genitore domani.

E quando non fosse così?

Quando le aspettative hanno impedito il gioco nel bambino? Quando i genitori non riescono a sperimentare se stessi anche in questa dimensione? Quando il bambino nato non risponde alle aspettative progettuali? Quando il bambino non nasce vivo?

Quando fosse così, la dimensione giocosa precedente supporta i genitori ad affrontare gli eventi. Diventa ridiscussione dell’infanzia nella madre o nel padre che non hanno potuto, bambini, giocare; diventa stimolo per sperimentarsi, soprattutto se in gruppo, anche con aspetti che non sanno di possedere (penso ad alcune persone particolarmente rigide per ruolo e posizione sociale); diventa aiuto ad accettare la diversità delle aspettative; diventa ricordo piacevole di momenti belli, comunque passati insieme.

Diventa un ricordo non rubabile, indelebilmente impresso di momenti belli passati insieme.

Per gioco e per amore.


[1] Da Etimo.it: http://www.etimo.it/?term=giuoco

[2] Da: Wikipedia, http://it.wikipedia.org/wiki/Progetto

[3] Da: Patricia M. Crittenden, “Il modello dinamico-maturativo dell’attaccamento”, Ed. Cortina, pag. 14

[4] Vedi: Gabriella Ferrari, “La comunicazione e il dialogo dei nove mesi”, Ed. Mediterranee

[5] L’uomo vive l’esperienza della nascita di un figlio solo dal punto di vista mentale e spesso non gli è facile esprimere i vissuti emotivi caratteristici di questa fase della vita. A questo in molti casi pone rimedio il corpo, attraverso la così detta sindrome della couvade. Il quadro clinico, definito Sindrome della Couvade descrive tutte le manifestazioni psicopatologiche legate alla paternità, che si evidenziano nell’area psicosomatica e del comportamento. Da: http://psicolinea.blogspot.com/2008/05/la-sindrome-della-couvade-i-sintomi-del.html

[6] Vedi: Gabriella Ferrari, “La comunicazione e il dialogo dei nove mesi”, Ed. Mediterranee

[7] Vedi: http://social.jrank.org/pages/428/Motherese.html

 

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