Ok, ti ascolto!

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Ok, ti ascolto!

6 Aprile 2015 Blog comunicare counseling 0

articolo di Cristina Fiore

Ascoltare è un lavoro!
Predisporsi ad ascoltare qualcuno è innanzitutto un atto di volontà.
Chi lavora nell’ambito delle relazioni d’aiuto spesso sente parlare in maniera quasi ridondante dell’ascolto attivo; non sempre si approda ad esso con dovute riflessioni.
Possiamo dire che normalmente quando una persona parla desidera essere innanzitutto ascoltata, o meglio quasi esclusivamente ascoltata. Nonostante questa premessa, vista la nostra condizione sociale di soluzionisti convinti, fatichiamo rimanere parte ricettiva e non invasiva in questa dinamica.


Nel momento in cui l’altro esprime se stesso, un suo problema, una condizione per lui angosciante, qualche cosa che sente come disfunzionale ed inefficace, ha bisogno di esplorare quali siano le sfaccettature della situazione che sta vivendo; la sua realtà qui ed ora, quasi alla ricerca di vedere tutto e di portarlo fuori da sé, liberandosi di un fardello spesso troppo pesante per non essere condiviso.
È lui ad essere competente rispetto al suo problema, lui che lo può dipingere e rappresentare.
Proviamo a pensare le volte in cui abbiamo avuto un problema e volevamo parlarne con qualcuno. Quali erano gli atteggiamenti che bloccavano o che comunque infastidivano, turbavano la comunicazione? Quasi sicuramente ci saranno stati atteggiamenti corporei, mancati contatti oculari, parole a sproposito, consigli non richiesti, giudizi.
Un professionista dell’ascolto dovrebbe creare, dentro di sé, un punto zero; la partenza dalla quale decido di ascoltare. Può essere utile ripetersi che sono interessato a quanto l’altro mi porta; alla situazione come la vive lui, al suo modo di spiegarla, alle sue soluzioni.
Un helper è di fronte a qualcuno che vive un problema e decide di mettere a disposizione dell’altro le sue abilità di aiuto che partono da un ascolto passivo ed arrivano ad un feedback ben formulato che contenga contenuti ed emozioni.
La prima parte dell’ascolto dedicato è la comunicazione all’altro di intenzione ed attenzione; tutto ciò che viene detto è accolto con sincero interesse, con una buona curiosità che comporta l’osservazione continua dell’altro, di noi stessi e della relazione che si crea.
La ricerca del canale comunicativo non è sempre così immediata; io uso spesso, durante la formazione, l’immagine di qualcuno che cerchi un canale con una vecchia radio; girare piano piano la manopola di sintonizzazione, ascoltare i fruscii e i brusii che provengono dall’apparecchio alla ricerca lenta ed attenta di un suono che sia il più pulito possibile, Il più aderente alla realtà di ciò che viene trasmesso.
La prima parte dell’ascolto è appunto questo: facilitare una trasmissione il più possibile aderente hai vissuti di chi racconta. Tutti segnali che provengono da chi parla costruiscono gli strumenti per iniziare un buon ascolto, una pratica che favorirà la formulazione di un feedback efficace.
Nulla andrà sottovalutato, la postura, lo sguardo, il tono, il ritmo, il volume della conversazione.
Colui che ascolta, necessita di ricavare in sé, uno spazio di conservazione; una sorta di scrigno in cui tesaurizzare gli input forniti e in cui farli riecheggiare.
Ci saranno spazi di sosta, di silenzio partecipe, spazi quieti, rotondi, dove quanto detto risuona all’interno di chi ascolta e che chi chiede di essere ascoltato.
Ci sarà riconoscimento e accettazione ed invito ad approfondire.
Tutto questo è ancora ascolto passivo, premessa, condicio sine qua non; é cercare la dimensione adatta, intima, per cogliere gli elementi della riformulazione. In qualche modo ci viene richiesto di entrare nello schema mentale di riferimento di colui che ha chiesto aiuto, è necessario quindi distinguere l’esperienza che ci viene raccontata dalla nostra e comunicare ciò che abbiamo percepito.
Un feedback accurato incoraggia il cliente ad esplorarsi e gli permette di aprire nuovi orizzonti.
È necessario quindi avere raccolto nel nostro scrigno contenuti, sentimenti e significati che possono essere rimandati.
La risposta in merito al contenuto costituisce una base sulla quale poggiano il feedback in merito al sentimento e al significato. Non si tratta di ripetere a pappagallo ma di riformulare parafrasando quanto abbiamo ascoltato. Robert Carkhuff [1. Robert Carkhuff, L’arte di aiutare, Erikson] suggerisce delle domande chiave che permettono di costruirci uno schema per “saggiare se le espressioni con cui gli helpee descrivono le loro esperienze siano o meno esaurienti”. Le sei domande chiave (chi e che cosa era coinvolto nel fatto di cui si parla? Che cosa facevano? Perché e come lo facevano? Quando e dove lo facevano?). Queste domande permettono di comprendere se l’helpee sta trascurando qualcosa, ma la risposta dell’helper non deve necessariamente contenere tutti questi dettagli; sarà piuttosto una parafrasi sintetica in cui cliente si possa rispecchiare. Sarà egli stesso, sentendosi compreso, a colmare eventuali buchi del contenuto.
Rispondere sentimenti, creare adeguati feedback in merito alle emozioni, è senz’altro una stile di elevata difficoltà. Alcune volte i sentimenti sono espressi verbalmente, altre è necessario coglierli attraverso le modalità in cui l’helpee si esprime; talora sono evidenti incongruenze tra i vari piani comunicativi.
Rispecchiare gli stati d’animo, le emozioni che ci sono pervenuti dall’altro permette al cliente di riconoscersi o di distinguersi da quanto riformulato. Ci sono particolari riflessioni che andrebbero fatte rispetto alla riformulazione del sentimento relativo alla rabbia. È importante restituire la completezza emozionale delle persone, la rabbia non è che la punta dell’iceberg e deriva sempre da emozioni sottostanti che un buon ascolto permette di esplorare; inoltre sarebbe opportuno soffermarsi sulla declinazione di questo sentimento, che va dalla furia al nervosismo.
Così per la felicità (euforia, soddisfazione), per la paura (terrore, timore), per la confusione (sgomento, perplessità).
Siamo arrivati al feedback in merito al significato, al senso critico, alla cornice che necessitiamo dare per integrare un vissuto. Possiamo dire che spesso il contenuto è espressione del significato del sentimento: sono felice per essere stato promosso, sono preoccupato per mio figlio, sono arrabbiato perché ho rotto l’auto.
Una risposta al significato implica sentimento e contenuto e più essa è accurata, meglio l’helpee è spronato ad esplorare se stesso, ad entrare in quelle aree che egli stesso definisce come poco efficaci disfunzionali.
È importante per tutti coloro che fanno parte delle professioni d’aiuto avere chiaro il lavoro dell’ascolto per poter dire intimamente, ancora prima di guardare negli occhi chi ci si siede di fronte, ok ti ascolto!

 

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