Non basta essere “umani”

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Non basta essere “umani”

16 Ottobre 2015 Blog comunicare counseling lutto 0

In questi giorni di commemorazione e di confronto su un tema così grande ed importante quale il lutto pre e perinatale, in cui operatori e genitori si sono riuniti per discutere in merito a difficoltà e bisogni che sono tenuti ad affrontare, tante cose sono emerse ed io ho intenzione di soffermarmi su una di queste.

Dato per certo che si debba avere alta pretesa sulla qualità professionale degli operatori, ho sentito spesso ascrivere la “care” dovuta al paziente, ad una qualità umana in possesso dell’operatore più o meno empatico.

Vedo in questa posizione un grande rischio: quello di pensare che nella gestione della comunicazione sanitario – paziente, si debba semplicemente, o forse semplicisticamente,  affidarsi al buon cuore dell’operatore.

L’attitudine alla cura, atto che non per forza contempla la guarigione, dovrebbe intanto essere la base (lo è?) di una scelta consapevole rispetto ad una professione sanitaria. Perché si sceglie di divenire medici, infermieri, ostetrici? A quali principi rispondono queste professioni? Gli atti appresi, sono legati ad una sola tecnicità, sia pure eccellente, o contemplano una “cura altra” che conferisca identità e dignità al paziente?

La salute, definita nella Costituzione dell’OMS, come “stato di completo benessere fisico, psichico e sociale e non semplice assenza di malattia”, viene considerata un diritto e come tale si pone alla base di tutti gli altri diritti fondamentali che spettano alle persone. Questo principio assegna agli Stati e alle loro articolazioni compiti che vanno ben al di là della semplice gestione di un sistema sanitario.

La Legge Alfano Salvi (1998) ci ricorda che gli obiettivi “qualità e umanizzazione” delle cure hanno alla base 3 aspetti interdipendenti:

  • centralità del cittadino come persona da soddisfare nei suoi bisogni
  • attenzione al personale dipendente da motivare e valorizzare nelle risorse umane
  • qualità del prodotto sanitario da perseguire

La nostra costituzione prevede la predisposizione di servizi centrati sulla persona e le aziende sanitarie, attraverso le carte dei servizi, formalizzano gli impegni assunti con i cittadini che hanno diritto:

  • al rispetto globale dei bisogni psicologici, relazionali e socio-assistenziali
  • al coinvolgimento attivo e consapevole nella cura
  • ad un approccio preventivo e non solo curativo
  • ad un’assistenza esterna all’ospedale
  • all’integrazione del malato

Coser (1962) spiegando i tre cicli funzionali di un ente di cura (medico, assistenziale, amministrativo), dice che  questi “3 cicli interdipendenti, possono essere in attrito qualora la “visione globale venga ristretta in nome di interessi di diverso tipo, che portano a sopravalutare l’importanza di un ciclo sugli altri”.

“Il modello sanitario malattia-cura determina un copione relazionale unidimensionale in cui il paziente, in posizione di richiesta (down), subisce passivamente il potere decisionale del medico con una netta divisione di ruoli e di compiti” (Giunti, Masiello, Il Counseling Sanitario, Ed. Il Mulino).

Date queste premesse direi che possiamo pensare ad un’adeguata formazione rispetto alla buona comunicazione, non come atto fondato su una casuale ed ipotetica “buona attitudine”, ma su uno studio preciso di quanto sia o meno efficace rispetto al raggiungimento di un obiettivo.

Il sanitario andrebbe formato ad una comunicazione asimmetrica in cui la malattia è strumento di comunicazione, rispondendo al bisogno fondamentale del paziente di farsi curare; in cui il paziente non è educato alla sua condizione di malattia, non riesce a creare una condizione simmetrica avendo bisogno del paziente del “potere” del medico.

Giusti e Ticconi (1998)  sottolineano che “la passività e la dipendenza non incoraggiano la collaborazione e l’alleanza terapeutica medico-paziente: manca un contatto umano autentico tra questi, ostacolato spesso da una terminologia incomprensibile. Soltanto una comunicazione di tipo simmetrico, attenta alle richieste e ai bisogni potrebbe restituire alla persona competenza, capacità decisionale e progettualità”.

Un processo comunicativo efficace è composto da messaggi chiari, sufficienti, comprensibili; da uno scambio di informazioni tra servizi e utenti e tra il personale (riunioni, gruppi di lavoro, incontri per condividere obiettivi comuni); conferisce carattere di  priorità alla relazione e alla comunicazione con l’utente, soprattutto in fase di prima accoglienza; ricorda che il paziente ospedalizzato è in uno stato “imposto” di regressione (ritmi, spazi, tempi ospedalieri).

Le abilità di counseling, le tecniche di comunicazione, non sono semplici dinamiche attitudinali alle quali si spera accedano gli operatori di turno.

Lasciare che una parte importante della cura sia “speranza” e “casualità” non solo è triste ma è soprattutto pericoloso.

“Una parte della salute sta nel voler essere curati”.
Lucio Anneo Seneca, Fedra, I sec.

 

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