L’unico immortale: l’amore

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

L’unico immortale: l’amore

12 Giugno 2014 Blog counseling lutto 0

 articolo di Cristina Fiore

Le mani nelle mani e gli occhi che cercano risposte. La cronaca dell’accaduto. Fredda. Un fremito e un singhiozzo.
Lui la guarda, commosso, le poggia la mano sulla schiena, quasi imbarazzato al contatto. Ha gli occhi lucidi ma trattiene le lacrime.
Sposta l’attenzione sulle cause.
Perché? Ma succede a tanti? Ma si poteva fare qualcosa?
C. invece non dice. Osserva. Si accarezza il ventre, un gesto mantenuto. Annuisce col capo, un gesto lento.
B. parla parla parla. Riempie di suoni il suo vuoto, ci prova. Poi d’un tratto interrompe e sospira. Inclina un poco il capo e poggia la mano sulla guancia, come a sorreggere il viso.
Cerco di mantenere un’apertura, costante, attenta e ho capito che non devo tentare di dare ordine logico.
Come quando mio padre mi spiegava che l’onda grande del mare va risalita e poi ridiscesa. Senza opporsi.


Sento tutto il dolore. E l’attimo di pace che precede una nuova onda. Come una contrazione in travaglio. Lo prendo tutto quel male, tutto in me; so che non mi appartiene. Mi sfiora. Ed è devastante nella sua carezza.
Nella dinamica della relazione con l’altro, il risultato del mettere in atto la competenza d’aiuto la colgo nel movimento.
I passi percorsi pian piano, stentati, appresi da poco, mossi incerti in un terreno che si teme cattivo; leggo la fatica e la volontà.
Il coinvolgimento e la proposizione, a tratti anche disperata, del poter camminare in quel sentiero che porta oltre, passando attraverso e tenendo nel cuore.
Ed io, facilitatore di un percorso ostico e brutale che contempla la parola morte e la parola bambino avvicinate, in un connubio mostruoso e abnorme, capisco la fortuna immensa che mi dà la vita, nel poter accompagnare in una via difficile, imparando a vivere e ammirando che grande cosa sia l’amore: unico immortale nella relazione.

Il segreto del canto risiede tra la vibrazione della voce di chi canta ed il battito del cuore di chi ascolta.
Khalil Gibran, Il Profeta, 1923

 

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