Latte, bulli e non giudizio

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Latte, bulli e non giudizio

6 Aprile 2015 Blog comunicare counseling 0

 articolo di Cristina Fiore

In questi giorni leggo molteplici interventi che inneggiano ad atteggiamenti “non giudicanti” o “salutisti” ed utilizzano forme comunicative che hanno promosso una mia riflessione.
Ci si chiederà quali legami tra bulli e latte… Il legame sta nello sguardo di chi, in qualità di operatore, si pone di fronte ad avvenimenti che scrivono pagine importanti della vita di una persona.
Chiunque operi nella relazione d’aiuto dovrebbe avere ben chiaro quale sia il suo obiettivo.
Obiettivo è lo scopo di un’azione, di un’iniziativa, è il risultato che ci si propone di ottenere, il fine cui si tende, il traguardo [1. Sabatini Coletti, Dizionario della lingua italiana].


Qual è lo scopo di una buona comunicazione in ambiti quali l’allattamento e il bullismo? Possiamo ritenere che qualunque operatore di senno, abbia come spinta quella di promuovere in chi ascolta, un atteggiamento positivo rispetto alla propria ed altrui salute fisica e psichica.
Un’azione “bulla” mina il benessere di chi la riceve e urla il disagio di chi la compie; una madre che allatta favorisce lo sviluppo psicofisico di suo figlio e migliora la relazione con lui.
Bene… Ma esistono bulli ed esistono madri che non allattano; su di loro vegliano mille occhi attenti ed altrettanti indici a designare il corretto cammino con risultati spesso non congrui all’obiettivo prefissato.
Come mai? Siamo di fronte ad una scelta? Quale la “relazione d’aiuto efficace”? Chi ci perdiamo nell’ascolto? A chi rispondiamo inneggiando ai nostri valori?
Partirei da una riflessione circa il concetto di “buona salute” e di “benessere”; valori legati alla persona, alla cultura, al contesto, al vissuto. Trattandosi di valore è necessario che la persona possa scegliere in libertà e possa integrare la propria esperienza perché si manifesti un comportamento volto al raggiungimento del proprio benessere, all’accesso alle proprie risorse di resilienza, in breve la spinta ad essere, o, come potrebbe dire Rogers, l’attivazione della tendenza attualizzante[2. Carl R. Rogers, La terapia centrata sul cliente, Ed. Martinelli].
Siamo di fronte ad un processo lento, di non facile attuazione, che prevede movimenti legati alla comprensione, all’interiorizzazione e quindi all’accesso a proprie risorse. D’altro canto l’operatore risponde al suo mandato e alla sua formazione che lo porta ad aderire ad istanze senza dubbio corrette; ma anche a se stesso, alla sua persona, ai suoi valori.
Di fronte alla vittima del bullismo è del tutto umano provare maggiore empatia rispetto al bullo; se riusciamo però a tornare all’obiettivo di promozione del benessere di cui ho detto poco sopra, potremmo dedicare attenzione ed ascolto anche alla parte sofferente di chi usa se stesso come strumento per danneggiare altri. Frasi a carattere giudicante e sanzionatorio, o peggio che spingano ad azioni vendicative non dovrebbero far parte del repertorio di chi si definisce “operatore”.
Del latte poi.. Promuovere l’allattamento è un dovere sociale di chi opera nell’ambito della salute materno-infantile ma è necessario chiedersi cosa spinga una donna a rinunciare, essendo coscienti che sarà difficile cambiare l’atteggiamento in quel momento specifico ma che potremmo permettere a quella donna, accogliendola, di esplorare le sue paure e i suoi bisogni e quindi renderla capace, se non di cambiare qui e ora, quantomeno di pensare a sé come persona in grado di accettare di non riuscire a cambiare un comportamento pur ritenendolo errato; magari potrà divenire madre di una figlia che allatterà.
È chiaro che l’operatore dovrebbe essere solido nella sua posizione di promotore della salute ma mantenere un ascolto non giudicante e volto all’obiettivo dell’altrui benessere.
Non possiamo quindi trincerarci dietro alla frase “è una scelta della donna” che tanto mi ricorda tale Ponzio; è preciso dovere di chi opera in specifici campi di portare informazioni corrette e non deviate da buonismo all’utente, ma è un dovere altrettanto importante non perdere di vista il fatto che non si tratta di aderire ad un protocollo ma di partire da un disagio, essere disponibili ad accettarlo e ad esplorarlo, al fine di rispondere alla promozione della salute sociale e non solo del singolo utente.
La sequela di un elenco freddo di positività legate al latte, dell’utilità di lavarsi le mani, della necessità di precise procedure di commiato di fronte ad un defunto, non sono foriere di cambiamento, di più se, oltre ad essere fredde esposizioni, sottendono a giudizi legati all’inadeguatezza o alla colpa; potremmo attingere a tal riguardo all’assioma di Watzlawick [3. P. Watzalvick, J. H. Beavin, D. D. Jackson, Pragmatica della comunicazione umana, Ed. Astrolabio], rispetto all’aspetto di relazione dell’atto comunicativo.
Essendo comunque un’attività a rischio, la comunicazione non esita sempre nei risultati sperati ma possiamo fare molto come operatori agendo sulla nostra base di partenza, chiedendoci, ogni volta all’interno di una relazione d’aiuto, chi siamo, dove andiamo e che cosa dice di noi.
Se non partiamo da noi stessi difficilmente riusciremo ad arrivare a buoni risultati che non possono prescindere da un coinvolgimento attivo dell’altro nel processo d’aiuto.
Qualcuno [4. Mahatma Gandhi] scrisse “sii il cambiamento che vuoi vedere nel mondo”.

 

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