Lasciar andare: frustrazione o risorsa?

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Lasciar andare: frustrazione o risorsa?

23 Maggio 2015 Blog 0

 

V. racconta la sua difficoltà ad essere se stesso; la percezione di una società rifiutante e vessante, la necessità di alleati.
C. mi dice che si sente diversa. Racconta di essere una “seria”, di amare il suo lavoro, tanto da trattenersi oltre l’orario per finire un compito.
R. ha paura che i suoi figli studino “fuori zona” e quindi di diventare inutile.
G. pensa di non valere granché…

Cerchiamo di esplicitare queste affermazioni scomponendole in termini di bisogni e quindi focalizzando l’attenzione su ciò che accade nell’intimo e differenziandolo da quello che rimanda al sistema in cui si è immersi, l’altro che potrebbe rappresentare il nostro sociale.
Chiedo quali siano i bisogni negati, sottesi, i confini avvertiti come violati.
V mi parla del bisogno di essere accettato “per ciò che è” e si chiede in seguito “ma come sono?”

Rifletto e mi vengono alcuni pensieri; ad esempio cosa significa per ognuno di noi essere accettati? È chiaro il senso logico della frase ma viene da sé chiedere l’esplicitazione del significato scandendo le sue componenti di descrittività e senso personale.
Partire dalla descrizione del comportamento di chi non accetta per spostarsi sul senso di quel comportamento e sull’importanza dell’altro e del suo giudizio.

“Il mondo non accetta la fragilità, se non quella dei cuccioli(e purtroppo a volte manco quella)” dice V.
Di nuovo imperioso il salvarsi, lo spostarsi dal sé, da ciò che si prova, si sente, ad un tu, mondo, che non accetta la fragilità che deve essere quindi mascherata, non compresa, accettata ma nascosta in più modi differenti.

Che faticaccia! Trattenere e nascondere, e poi riformularsi diversi dall’essenza che comunque ci costituisce. L’opposto del lasciare andare, del permettersi di esistere; chiudere, inglobare, inghiottire.

Questa la risposta un altro che non è con me, Che percepisco come aggressivo, distante, offensivo, invasivo. E questo essere dell’altro diventa mio, così tanto da farmi cambiare atteggiamento, da vergognarmi di ciò che sono fino a propormi diverso, conforme in apparenza a ciò che questo sociale mi fa supporre più accettabile.

Il senso potrebbe essere legato a chiedersi quanto il giudizio di “quest’odiosa società” sia importante per me, quanto io lo ascolti e ne tenga conto. Quanto riesco a essere in grado di lasciare andare sentendo la risorsa in un atto di decluttering e non la frustrazione del nascondersi al mondo.

Così C e il suo lavoro missione che le corrisponde quando fatto per bene ma nello stesso tempo la fa sentire differente e R, con la paura legata al ruolo o G perennemente sottostimato.

Trattenere in sé immagini rabbiose, velenose è un paradossale ingabbiarsi proprio là da dove vorremmo distanziarci e la nostra mente si offusca e impedisce l’unico sguardo sicuro, quello interno a noi stessi.

Il dolore del rifiuto è così alto da essere tossina; ma non è il veleno dell’altro ciò che entra come carica batterica nell’animo, bensì il valore, il significato che questo ha per noi. Il risultato è un giudizio, lo stesso odiato, temuto giudizio; nocivo quando lo si avverte rivolto verso di noi, viene perpetrato mascherato da risposta alle offese, creando un ulteriore gabbia: sono così perché tu mi hai fatto diventare così. Mi fai male, non mi comprendi e quindi io non ti accetto, ti giudico, ti rinchiudo in una categoria così come hai fatto con me.

L’emozione rimasta è dolente anch’essa. Mi sento frustrato, arrabbiato, triste, anonimo, diverso, inutile…
Lungi dal buonismo altruistico, Il partire da sé e dal lasciar andare non è che una via di accesso alla resilienza, l’oggettiva risposta alla domanda”cosa posso fare per stare meglio?”
Abbandonando l’utopistica nonché insana posizione di cambiare l’altro come movens perché io stia meglio (basti pensare al potere che conferiamo in questo modo), potrebbe essere più utile pensare a cosa si possa fare per sentirsi meno fragili e diversi, cercando di distanziarsi dall’atteggiamento giustificatorio di risposta alle ferite subite e percorrendo una strada per sanarle; in breve partendo da sé.
Per utilizzare un sistema linguistico narrativo potremmo chiederci quale significato ha per noi la parola rifiuto, potremmo trovare dei sinonimi, descrivere un comportamento rifiutante e poi soffermarci sulle emozioni che ci abitano dopo aver vissuto una certa situazione. Potremmo educarci al racconto, alla narrazione attenta, anche lessicalmente, e decisamente centrata su di noi.
Chiedere a C. di spiegarmi bene quali siano le diversità che si sente cucita addosso quando svolge seriamente suo lavoro la porta dire “se io non faccio così mi sento proprio male, io devo finire il compito che mi viene assegnato il più presto possibile. Ma forse la mia collega si sente in difetto quando lavora fianco a me. -Pausa-. Ma che cosa ci posso fare?”
Quello che rimane è la scelta: possiamo trattenere il senso di dover fare qualcosa o pensare che quello potrebbe essere un problema della collega e lasciarlo andare, e sentire quest’atteggiamento nuovo come risorsa o frustrazione.
Poco tempo fa ero presente ad un seminario del Dott. Colusso 1, nel suo intervento ha parlato di “giusta vicinanza” e non di allontanamento. In questo gioco linguistico sento un sapore di libertà; la libertà di essere e di non fare.
<blockquote>Il saggio si attiene alla pratica del non fare ed esercita un insegnamento senza parole. Praticando il non fare non c’è nulla che non sia ben ordinato.
Lao Tse, Tao Te Ching, V sec a.e.C.

  1. Medico, da oltre dodici anni lavora con persone in lutto con il metodo del mutuo aiuto e anima una rete di gruppi di mutuo aiuto. Dal 1982 è impegnato con famiglie con problemi di alcol, e come formatore specifico. Da dieci anni si occupa di formazione centrata sull’accoglienza delle persone in lutto e sull’accompagnamento nella elaborazione della perdita.

 

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