La scelta non mia

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

La scelta non mia

12 Luglio 2014 Blog comunicare counseling 0

 articolo di Cristina Fiore

Ho un nano nel cervello, un ictus cerebrale,
bagni di candeggina, voglio sentirmi uguale
uguale a un gatto rosa per essere sporcato
e raccontare a tutti che sono immacolato
e tu mi vieni a dire
che adesso vuoi morire
per amore.
[Fanigliulo F., “A me mi piace vivere alla grande”, 1979]

Ogni volta che mi imbatto in facilitazioni dove sono in gioco confronti sul piano valoriale, osservo quanto sia difficile davvero stare con l’altro.

Il tanto amato approccio “non giudicante” scivola tranquillo nel “non giudicante se…”.
Un conto è tradire “tout court”, un altro è tradire se sei stato tradito, se sei stato maltrattato, se sei stato poco considerato.
Un conto è non fare l’elemosina se non hai lavoro, un altro è se sei ricco.
Un conto è interrompere una gravidanza perché il bimbo era malato, un altro che sia stato sano, un altro che sia malato ma non troppo.
C’è tutto un pezzo dove in gioco la posta è fatta di sistemi valoriali che hanno il terrore di sgretolarsi, di rivelare miserie e macerie di un sé puntellato.

E’ normale, e direi sano, avere propri pilastri e tenersi saldi ad essi; una signora un giorno mi disse, parlando della malattia che aveva colpito il marito e lo aveva reso demente: “lui era sempre stato un uomo retto e corretto”; e nelle sue parole ho sentito l’orgoglio di chi credeva nell’esempio del comportamento.

E’ d’altro canto controproducente, invece, pensare di essere i detentori di valori giusti in assoluto, senza allargare il cuore e la mente alla comprensione di ciò che è “giusto per me”. E non risolvo la comunicazione in senso positivo, semplicemente anticipando “secondo me”, “a mio parere”.
“A mio parere, il fatto che tu abbia tradito tuo marito, fa di te una persona poco seria”, la locuzione iniziale può essere anche omessa. Non lenisce, non addolcisce, non tutela l’espressione di un giudizio.
Non voglio neppure dire, con questo, che non si debbano esprimere giudizi mai, che non si abbia un parere; è vitale e nutriente non catalogarsi tra gli ignavi di dantesca memoria. Nel momento in cui però io sono gestore della relazione, quando questa subisce un dislivello dovuto al ruolo o al momento, nel tempo dell’aiuto e della facilitazione, è nocivo non mettersi interamente in ascolto. Puliti, netti, limpidamente disposti ad essere anche inzaccherati dal dolore altrui.
Non esista più il proprio sistema valoriale come conduzione ma come ancora per se stessi; a me serve sapere dove sono per ascoltare te ed accoglierti.
Provo a sentire che significato ha per te quel valore, senza offuscarmi se cozza con il mio; io sono sicura del mio valore, del mio punto di vista, perché devo arrabbiarmi ascoltando il tuo? perché non riesco a farlo? a quale bisogno rispondo nella roccaforte del mio sistema tentando di sgretolare il tuo perchè diverso?
Di fronte ad una scelta non mia ricordarsi che il problema “lo risolve chi ce l’ha”, e che la facilitazione porta il facilitato, coinvolto nella relazione d’aiuto, a promuovere la sua stessa capacità di affrontare gli eventi, di entrare nel problema, di demolire costrutti tossici che lo hanno ingabbiato.
Tutto questo avviene però se non c’è impegno nel difendersi.
Se non devo giustificarmi, se mi sento accolto lì dove sono.
Lasciamo le scelte ai legittimi proprietari e proviamo invece ad accarezzare le loro anime e le nostre.

 

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