La percepita violenza del rifiuto e la valenza della narrazione.

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

La percepita violenza del rifiuto e la valenza della narrazione.

28 Giugno 2015 Blog counseling 0

Una delle tematiche ricorrenti che mi sono trovata ad ascoltare durante gli incontri di counseling è quella legata al rifiuto, meglio, al vissuto di chi si sente in qualche modo allontanato, diverso, escluso.
Quale sia la dinamica alla base di queste emozioni, indipendentemente dall’ambiente di esclusione (scolastico, sportivo, gruppale, amicale, affettivo), la vittima dell’allontanamento si percepisce, essa stessa, disfunzionale e arrabbiata; si prodiga in affannose ricerche di un perché, di cosa si può aggiustare, di cosa manca.


“Non voglio giocare con te”, “Non vai bene per me, non sono innamorato”, “Non ti amo più“,” Non sei adatto per questo lavoro”… frasi come queste hanno spesso il risultato, quasi sempre non intenzionale (escludendo casi espliciti di mobbing, bossing, bullismo, violenza) di portare l’altro in una condizione di prostrazione e di conseguente ricerca di conferme; come se il rifiuto riverberasse sulla persona intera e non fosse di appartenenza esclusiva dell’area interessata.
Le personalità più fragili, che vivono una particolare epoca esistenziale, rischiano di sviluppare patologie psichiatriche legate al disturbo di adattamento presentando un marcato disagio (che va aldilà di quanto prevedibile in base all’esposizione del fattore stressante) ed una compromissione significativa del funzionamento sociale, lavorativo, scolastico.
Una buona alfabetizzazione emozionale preventiva, a cui non siamo culturalmente abituati, permetterebbe al soggetto di chiedere aiuto contattando il suo malessere in tempi brevi e sarebbe già strumento di accesso alla resilienza, propria dell’uomo, in risposta ad eventi destabilizzanti.
Di fatto, siamo di fronte a persone che si sentono investite da un evento, o da uno stato di fatto, non desiderato e svilente, che percepiscono come violento e mettono in atto una serie di comportamenti, non sempre efficaci, volti a colmare il vuoto che sentono dentro di sé.
Quando ci si trova ad ascoltare una persona che racconta di come “non vada bene” agli altri e di come questa cosa la faccia stare male, si percepisce quanta rabbia dolore siano stati incamerati e di quanto sia necessario uno strumento che sia utile, quantomeno, a tentare di incorniciare l’evento perché questo abbia significato all’interno della storia di vita di chi chiede aiuto.
Partiamo dalla posizione di chi si sente rifiutato. La narrazione dell’accaduto parte dalla sensazione di incredulità e di incomprensione.

  • M. non mi telefona più; eravamo inseparabili, era la mia”amica storica”; da quando sta con G. non mi chiama, risponde evasivamente a messaggi e telefonate. Io chiesto cosa fosse accaduto ma lei dice che non ha nulla.
  • Il direttore si è sempre fidato di me. Ho svolto io ruoli di fiducia negli ultimi 10 anni. Da quando l’assunto R. le mie mansioni sono passate a lui; mi ha detto che è più fresco di studi, più adatto a quel tipo di lavoro.
  • Ci frequentiamo da un po’ di tempo ma lui dice che non mi ama; sta bene con me ma non mi ama.
  • Si vuole separare, non mi ama più, dice. Ma non è vero, è solo confuso.

In tutte queste situazioni, dopo l’ascolto del cliente, il feedback circa le emozioni che sento, arrivo alla domanda che riguarda come lo faccia sentire l’evento che mi narra, quanto sia pesante nell’economia della sua quotidianità.
La risposta investe più piani dell’esistenza dell’individuo; il cliente racconta, visibilmente emozionato, talora in lacrime, come questo rifiuto sia presente in modo imperativo nei suoi pensieri, tanto da distrarlo e da fargli provare sensazioni negative durante tutta la giornata.

“Mi sono chiesta cosa abbia fatto di male; cosa non abbia funzionato; perché non si fidi più di me; perché non possa amarmi; come abbia fatto a smettere di amarmi”. Queste le frasi a corollario che riconducono ad un se dolente, che si sente privato in modo violento, di una parte che credeva di possedere. È una parte “bella” quella di cui si sente privato: è quella affezionata, amabile, funzionale, affidabile.
L’amica che non risponde messaggi diventa negazione dell’affetto provato per lei, si percepisce come un voltafaccia che rinnega la relazione precedentemente vissuta e che ferisce in modo violento chi subisce l’allontanamento.

In che modo il raccontarsi può essere utile?

Ricerche condotte da Pennebaker (1985-1999) su adulti che avevano vissuto esperienze traumatiche mostrano la connessione tra ricordi, emozioni, stato di salute. Venne chiesto ad un gruppo di persone di raccontare per scritto eventi traumatici vissuti e ad un gruppo di controllo di scrivere cerca argomenti non emotivi.
“Da controlli medici effettuati prima e dopo l’esercizio di scrittura è stato rilevato un miglioramento nello stato di salute soltanto in quelli che avevano avuto il compito di raccontare le proprie esperienze traumatiche.
L’effetto positivo viene riscontrato nei marker ematici, nell’aumentata capacità dell’organismo di resistere malattie, nell’aumento delle funzioni immunitarie: tutti effetti che si manifestano dopo un po’ di tempo del racconto, mentre nell’immediato l’umore peggiora, emergono stanchezza infelicità.… quando si scrive si è inevitabilmente portati esplorare significato emotivo dell’avvenimento, A tradurre l’esperienza in parola. Via via che l’esperienza viene raccontata ai dettagli inutili spariscono dalla narrazione e restano solo gli elementi più importanti. Questo comporta una elaborazione cognitiva che permette di inserire l’avvenimento nella propria storia personale, dandogli il significato. Queste ricerche dicono che per stare meglio è necessario dare un significato dei ricordi per renderli non frammentari ma coerenti, connettere i pensieri e le emozioni”. (Cristina Roccia)

Citando Marta De Lorenzo “Le nostre vite sono incessantemente intrecciate alle narrazioni, alle storie che raccontiamo e ci raccontano, a quelle che sogniamo o immaginiamo o che ci piacerebbe poter narrare. Viviamo immersi nella narrazione ripensando e soppesando il senso delle nostre azioni passate, anticipando i risultati di quelle progettate per il futuro, elaborando il nostro esserci nel qui ed ora”.

e ancora:
“Il racconto non può essere soltanto raccontato, deve anche essere ascoltato. Ciò che viene narrato acquista valore mediante la comprensione dell’ascoltatore. Gli intrecci, pari a quelli di un romanzo, che si sviluppano durante un processo di counseling, sono creati in collaborazione, si potrebbe quasi dire che cliente e operatore siano co-autori. Compito del counselor è quello di captare se dietro la storia raccontata c’è una buona storia, come farebbe con la lettura di un romanzo e lavorare per indirizzare il cliente verso una direzione che gli prometta una vita migliore, e guidarlo nelle narrazioni attraverso i fattori di cambiamento possibili e riscontrabili, affinché autonomamente e responsabilmente il cliente possa beneficiare dell’intervento. La prassi operativa del counseling narrativo prevede il passaggio, nel processo d’aiuto, da una narrazione co-costruita (da cliente e counselor) e improntata sulla soluzione del problema, ad una co-narrazione in cui le soluzioni assumono una funzione centrale nella costruzione dei significati condivisi.
Il cliente diviene dunque parte attiva e prioritaria nel direzionare l’intervento di counseling all’interno di una ri-narrazione in cui egli è agente dinamico e promotore del proprio cambiamento, rinarrando se stesso all’interno delle sue potenzialità intrinseche, focalizzandosi sulle soluzioni possibili già presenti nella sua esperienza o ideandone di nuove partendo però sempre dal suo punto di vista: in questo modo il cliente sperimenterà il senso dell’autoefficacia che si trasforma in un’esperienza narrativa-emozionale molto carica e in grado di restituirgli la percezione e la consapevolezza di essere agente attivo nei confronti delle scelte operative richieste dalla realtà di vita.” [1. Da Art Counseling]

Eccomi dunque a pensare che è attraverso il racconto di ciò che accade, attraverso l’intervento di counseling sulla narrazione e non sul narrato (per ricordare le lezioni di Nicola Ferrari circa la Narrazione Guidata come strumento per l’elaborazione del lutto) che il cliente può impadronirsi della sua storia in tutte le sue parti, non rifiutando egli stesso la parte di sé che sente allontanata da altri.

 

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