La gioia di un battito d’ali

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

La gioia di un battito d’ali

15 Ottobre 2013 Blog lutto 0

E’ la prima volta che racconto la mia storia, o meglio la nostra storia, e non è facile, perché certe cose nella vita accadono senza che tu te ne accorga, mentre sei impegnato a fare altro e si può solo sperare che in qualche modo si apra un paracadute prima di schiantarti a terra.

Nel portare la mia testimonianza ho omesso volontariamente di parlare delle altre persone coinvolte – papà, nonni e zii in particolare – non perché non ci siano state o non abbiano importanza semplicemente perché qui parlo del mio punto di vista e delle mie emozioni e perché comunque è stato un dolore che non sono stata capace di condividere.

Avevo 26 anni e sono rimasta incinta così, con leggerezza ed allegria: mi sono sempre vista mamma, eravamo sposati, non avevamo problemi economici e un bimbo ci stava proprio bene. Quando lo abbiamo desiderato è arrivato subito e, nonostante la gioia, inizialmente ho avuto un attimo di smarrimento perché comunque un figlio è un passo da gigante, ma poi mi sono lasciata travolgere e avvolgere dalla novità: la gravidanza andava avanti splendidamente, facevo acquisti e immaginavo come sarebbe stata la mia nuova vita: il suo primo Natale, la mia prima Festa della Mamma….. Ho vissuto davvero 9 mesi splendidi: amavo la mia pancia che cresceva, mi sentivo soddisfatta e realizzata: una mia amica mi disse che ero talmente radiosa che a vedermi veniva la voglia di rimanere incinta! Non avevo paura del parto e, avendo una buona esperienza come baby sitter, non temevo neanche il momento in cui mi sarei ritrovata faccia a faccia con un esserino urlante.

Così siamo arrivati a maggio del 2002: ad un certo punto mi sono resa conto che non sentivo più i movimenti del mio bambino ma non mi sono spaventata, avevo sentito dire che può succedere quando si avvicina la data del parto ed il bimbo si incanala nel canale del parto ed io ero alla 38^ settimana…. Poi però ho deciso di chiamare la ginecologa che mi ha fatto subito andare in ospedale.

A quel punto io sapevo.

Ricordo mio marito che in macchina mi diceva “Vedrai che è tutto a posto” ed io lo avrei volentieri strozzato pur di non sentirlo parlare. Penso di averlo odiato a lungo per quelle parole.

Provavo una sensazione strana: non era paura, nel mio cuore avevo la certezza di cosa stava succedendo ed ero completamente persa.

Sono arrivata in ospedale e hanno tentato di fare un monitoraggio ma l’ostetrica non trovava il cuoricino del mio bambino. Ha chiamato un medico ma anche lui ovviamente non poteva fare l’impossibile.

Quando mi hanno confermato che non c’era battito il mondo in cui avevo vissuto fino a quel momento è esploso. Sono andata nella piccola Cappella dell’ospedale: sentivo la necessità di essere presa in braccio e solo Dio poteva darmi quello di cui avevo bisogno, anche se era lo stesso Dio che mi ha portato via il mio bambino. I giorni seguenti sono stati vissuti dal mio corpo senza che il mio cuore e la mia mente fossero presenti. Mi è stato indotto il parto che ho vissuto completamente sedata, piangevo e dormivo.

Sono tornata a casa.

Giacomo è stato sepolto nella Cappella di famiglia appena finita di costruire: io non c’ero quando è stato seppellito.

Non l’ho mai tenuto fra le braccia.

Forse pensavo che sarebbe stato possibile cancellare tutto e ricominciare da capo come con un rewind.

Quello a cui mi capita spesso di pensare è chi e cosa mi abbia aiutato ad andare avanti in tutto questo. La prima cosa che mi viene in mente è sicuramente la dottoressa che mi ha seguito e che ha dimostrato una grandissima sensibilità sia nell’affrontare il mio dramma sia nelle gravidanze successive durante le quali è riuscita a contenere le mie ansie senza mai farmi sentire sbagliata. Ricordo anche un’infermiera, giovanissima, che nei giorni del ricovero si è occupata di me come fosse una mamma, andando ben oltre i suoi compiti di cura. Ricordo abbracci sinceri e il grandissimo sostegno, anche se solo virtuale, che ho avuto da CiaoLapo che, purtroppo per me, è nata diversi anni dopo. Questa riflessione su cosa mi ha aiutato nasce dalla volontà di allontanarsi un po’ dalla mia storia personale e provare a fare qualcosa per gli altri genitori che mai si dovessero trovare ad affrontare la mia stessa perdita, per sensibilizzare il numero più alto possibile di persone su un tema che nella nostra opulenta società occidentale rimane comunque un tabù. Capisco che possa non essere facile parlare della morte in età neonatale o perinatale ma credo che sia un dovere che almeno gli operatori sanitari siano preparati a gestire l’evento e ad oggi non è così. Mi è mancato moltissimo qualcuno in grado di guidarmi in quei pochi giorni durante i quali potevo occuparmi di mio figlio: avrei voluto poterlo annusare, baciare, vestire, era la mia unica occasione per occuparmi di lui. Nell’ambiente sanitario, come ho detto sopra, ho trovato persone molto sensibile ma ho vissuto anche episodi spiacevoli: un professore, mentre uscivo dall’ospedale dove era appena morto mio figlio mi ha salutato con un sorriso a 32 denti dicendo “Mi raccomando ti voglio preso incinta!”. Probabilmente le sue intenzioni non erano cattive ma per me le sue parole sono state devastanti. Un’altra dottoressa, quando ad un controllo della mia terza gravidanza – dopo che avevo già avuto una bimba – ho manifestato le mie ansie mi ha risposto “Non esageriamo lo hai visto che sei capace a far figli!”. Non riesco neanche a commentare, ma provo ad immaginare se uno di loro fosse stato il mio medico e inorridisco all’idea.

Comunque, al di là di chi mi è stato vicino e delle esperienze negative, mi sono ritrovata a tornare a casa con il ventre vuoto e senza mia figlio, come defraudata della mia stessa identità.

Non c’era nulla di quello che avevo immaginato, non c’era il suo primo Natale, non c’era la Festa della Mamma.

E’ stato terribile: ogni cosa che facevo mi sembrava inutile e sbagliata perché io in quel momento avrei dovuto essere a casa ad allattare io figlio. Sono andata avanti nella vita di tutti i giorni come un carro armato, come è tipico del mio carattere devo ammettere, commettendo io per prima l’errore di pensare che se fingevo di non vederlo il dolore sarebbe sparito. Dal punto di vista medico ho fatto tutti gli approfondimenti necessari e ho avuto più di una conferma che si è trattata di una stupida e banale causa meccanica: il cordone arrotolato, che succede una volta su non so quante…..

Ho avuto un’altra gravidanza ed è nata la mia splendida bambina.

Ma Giacomo non c’era più e io ho dovuto trovare la forza di ricostruirmi guardando in faccia, proprio dritto negli occhi, il dolore di questa perdita ingiusta: infatti finalmente sono crollata. Dico “finalmente” perché se non avessi toccato il fondo non avrei potuto chiedere aiuto e risalire. Ho perso i punti di riferimento, la mia stessa vita familiare ha subito forti scossoni, ho urlato contro Dio che si è portato via il mio Giacomo.

Ricordo ancora quella seduta dallo psicoterapeuta, forse quella che ha segnato il punto di svolta, durante la quale continuavo a ripetere in lacrime “I bambini muoiono in Africa non qui!”

Ho dovuto imparare a riuscire a convivere con il dolore dell’assenza e anche ad accettare l’ineluttabilità  di un evento contro natura.

Alcuni giorni fa, una mia amica di chat, nel giorno del compleanno della sua bimba mancata pochi giorni dopo la nascita ha scritto: “Ho sete, ho sete di te che non sei qui, stella caduta dagli occhi, che voli sul mio deserto….”: non ho la più pallida idea se sia una poesia o una canzone o parole sue ma il concetto di “avere sete” rispecchia perfettamente come pesi l’assenza di un figlio.

E’ un bisogno che rimane insoddisfatto.

Sicuramente la perdita di un figlio in una età diversa comporta la perdita di una quotidianità che non potrà essere ricreata ma, al di là di quello che può dire la scienza o la religione, a livello emozionale un figlio può essere percepito come tale fin dal suo concepimento o addirittura ancora da prima, da quando nasce nel nostro cuore, e il suo non esserci rimane un vuoto incolmabile.

Ora, dopo che ha fatica ho ricostruito un punto di equilibrio, sempre grazie all’aiuto di una psicoterapeuta sto muovendomi su un altro piano: fermare la gioia che Giacomo ha saputo darmi e lasciarla espandere. Devo ammettere con un certo orgoglio che ci sto riuscendo: prima se pensavo a Giacomo era solo per ricordare quando lui non c’era più ora invece sempre più spesso mi soffermo sui momenti bellissimi che mi ha dato.

Ho vissuto comunque una gravidanza splendida, mai come in quel periodo mi sono sentita soddisfatta, serena, bella e tutto questo niente e nessuno me lo può togliere. Può sembrare una riflessione banale ma per me è stata una rivelazione e ha cambiato completamente la mia percezione, la mia prospettiva.

Mio figlio mi ha fatto diventare grande.

Mio figlio mi ha insegnato che noi possiamo fare ben poco per decidere delle nostre vite ma che la vita rimane una splendida opportunità.

In occasione “Babyloss Awareness Day” (15 ottobre) CiaoLapo Onlus ha organizzato in Liguria, in collaborazione con Bene con Sé Bene Insieme, un evento dal titolo “La tua culla è il mio cuore”. I genitori, ed alcuni operatori, hanno messo a disposizione le loro testimonianze per aiutare gli operatori a comprendere il problema della morte perinatale e spingerli a formarsi in tal senso. Credo che un modo per arrivare a tutti sia la raccolta e la divulgazione di queste testimonianze.
Cristina Fiore

Mio figlio mi ha dato la gioia di essere stato con me, anche se solo per un battito d’ali e raccontarlo è il modo migliore per onorare il dono della sua, seppur brevissima, esistenza.

 

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