Del Gordon e di altre strane specie

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Del Gordon e di altre strane specie

12 Luglio 2014 Blog comunicare counseling 0

articolo di Cristina Fiore

Spesso sento parlare di corsi/percorsi, rivolti a tutti coloro che sono interessati a migliorare le proprie relazioni familiari e lavorative, con un grande scetticismo; si ha la paura che in qualche modo questi percorsi siano manipolatori, esaltanti e poi lascino le persone, una volta conclusi, con un senso di vuoto, di caduta, di frustrante incapacità.

Io sono un formatore Gordon[1] e mi è troppe volte capitato,  quando propongo un percorso formativo di questo tipo ma anche in altri momenti, di sentire opinioni più o meno ironiche che spesso nascono e fioriscono in seno a chi del Gordon ha sempre solo sentito parlare “da lontano”.

Mi sento di scrivere qualche riga non per giustificare un percorso nel quale io credo ma per riflettere su quello che mi è stato passato dal mio formatore, Andrea Allione[2], e su quello che vorrei riuscire a trasmettere.

Il primo pensiero è che il Gordon è uno strumento e come tale dovrebbe essere considerato.

Mi piace utilizzare metafore e similitudini quando scrivo o spiego e anche oggi ne farò uso.

Poniamo che io desideri appendere un quadro alla parete della mia sala; sceglierò di usare tasselli o chiodi. Cercherò un martello o un trapano. Forse non sono gli unici strumenti, potrebbero essercene altri adatti allo scopo.

Cosa sceglierò? Dove metterò il quadro? Quale quadro appenderò?

Il Gordon potrebbe essere paragonato al trapano, al martello, ai tasselli o ai chiodi; non fornirà inidicazioni su come verrà appeso quel quadro, sul tipo di quadro che abbiamo deciso di appendere, non dirà quando sarà appeso il quadro e neppure fornirà la certezza in merito al corretto utilizzo dello strumento.

Una volta scelto, uno strumento si usa se:

  1. lo voglio usare
  2. ne conosco il funzionamento

Per imparare ad usare qualcosa e pensare di divenire almeno sufficientemente abile sarò intenzionalmente impegnato ad allenarmi per usare al meglio e con naturalezza lo strumento scelto.

  1. lo scelgo
  2. lo voglio
  3. mi alleno

Da questi primi punti emerge l’enfasi sulla persona; nessuno impone l’utilizzo di uno strumento. Si sceglie.

Passiamo ora al contenuto e al dubbio che esso sia manipolatorio o in qualche modo percebile come “lontano” dal proprio modo di essere.

Il corso si svolge su 8 moduli e ben due sono dedicati all’ascolto (secondo e terzo), il primo è centrato sull’osservazione del comportamento e sul conseguente atteggiamento non giudicante; l’empatia è una base line così come la genuinità e la congruenza; il sesto, settimo ed ottavo modulo si spendono sulla gestione dei conflitti e sulla distinzione di gestione e di contenuti tra conflitti di bisogni e quelli di valori.

Il metodo scompone il modello comunicativo  e lo rende fruibile attraverso un’introiezione per step di quanto appreso.

Il primo passo, legato all’osservazione del comportamento, ad esempio, propone l’osservazione, priva di giudizio, dei compotamenti delle persone che sono a vario titolo in relazione con noi; una frase semplice viene in supporto “comportamento è ciò che posso guardare con gli occhi e sentire con le orecchie”. Posso quindi vedere un figlio lasciare i suoi indumenti sporchi sul pavimento della camera ancziché nella cesta ma non posso fisicamente vedere un figlio disordinato.

DISORDINATO sarà piuttosto un giudizio che io dò osservando quel tipo di comportamento. Tutto questo a che pro?

Semplicemente per non essere equivoci, per confrontarci in modo chiaro, consapevoli del fatto che il mio concetto di “ordine” è del tutto personale e quindi non necessariamente condivisibile mentre il dato oggettivo che vede gli indumenti sul pavimento è inconfutabile.

Una comunicazione chiara riduce i fraintendimenti e abbassa la soglia dell’aggressività.

Non trovo nulla di manipolatorio se non che il genitore possa avere il progetto di utilizzare un certo tipo di messaggi per condurre il figlio a fare ciò che vuole lui. Questo non è un difetto del metodo piuttosto qualcosa di ascivibile alla persona.

Un conto è dire:

Quando lasci i tuoi indumenti sporchi sul pavimento io ci metto più tempo a riordinare e questo mi innervosisce.

Un altro:

Quando lasci i tuoi indumenti sporchi sul pavimento io mi stanco tantissimo a riordinare e potrei ammalarmi.

Nel secondo caso la genuinità e la trasparenza sono state dimenticate.

Nei primi tempi in cui si tenta di formulare messaggi in prima persona e di utilizzare la tecnica della riformulazione si fa fatica, ci si sente un po’ finti, “robotici”.

Parliamo appunto di training e di passaggi successivi fino all’arrivo allo stadio di “compentenza inconsapevole”, momento in cui metto in atto uno strumento senza pensarci, in virtù di essermene impadronita.

Facciamo anche il conto con la nostra umanità con la possibilità, per nulla tragica, di fare errori; una volta chiaro l’obiettivo posso sbagliare ma questo non mi impedisce di continuare a perseguirlo.

Sulla riformulazione si spendono facili ed impensabili ironie. Riformulare è un atto di chiarificazione non certo un’innervosente ripetizione di quanto l’altro dice già con sufficiente chiarezza.

  • Bambino: Sono arrabbiato!
  • Genitore: Mi sembra di capire che tu sia arrabbiato…

Chi farebbe questo? E soprattutto, quale metodo lo consiglierebbe?

  • Bambino: Vorrei rompere tutto e mi viene anche da piangere.
  • Genitore: Accidenti! Sei davvero arrabbiatissimo! Così tanto che ti viene da piangere…

Per concludere, il metodo Gordon è uno strumento, non l’unico, magari neppure il migliore, ma prima di demolirlo o semplificarlo fino al limite del ridicolo, andrebbe un po’ meglio osservato, avvicinandolo con correttezza.

In seguito si potrà decidere se sarà o meno adatto a noi, senza cadere in giudizi privi di fondamento o temere pericoli inesistenti.


[1] Si tratta di corsi brevi di formazione sulla relazione interperso­ale indirizzati a specifici soggetti sociali (insegnanti, genitori, giovani). Questi corsi, coordinati tra loro, sono basati sul modello formativo ideato da Thomas Gordon, allievo di Carl Rogers, e sviluppato e diffuso in tutto il mondo dalla Gordon Trainino International.

In Italia i corsi sono tenuti esclu­si­va­mente da formatori IACP autorizzati da Gordon Trainino International e certificati dall’Istituto dell’Approccio Centrato sulla Persona che ha l’esclusiva del metodo.

[2] http://www.imr-net.it/Cv/AllioneAndrea.html

 

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