Davvero vedo? davvero sono visto?

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

Davvero vedo? davvero sono visto?

12 Luglio 2014 Blog comunicare counseling 0

articolo di Cristina Fiore

Buongiorno come va?
Tutto bene?
Com’è andata a scuola amore?
Al lavoro, tutto ok?

Non mi viene naturale chiedere: “Sei felice?”
Non sono educata a focalizzare l’attenzione sull’emozione.
Mi alleno a farlo, ogni giorno, perché ci credo.

Osservo spesso quello che mi accade intorno, forse per deformazione, forse per carattere.
Mi guardo intorno e mi soffermo a chiedermi se davvero vedo, se davvero sono vista.

Davanti alla scuola genitori lasciano i figli e poi si soffermano a parlare, lì sul piazzale.
Il più delle volte assisto a riversamenti di parole sull’altro.

Leggo l’amica Valentina (1) che si dice a buon titolo innervosita di fronte a professionisti che”a qualsiasi titolo scelgono di impegnarsi in una relazione di aiuto” e che non fanno caso a dinamiche della comunicazione davvero poco efficaci.

Spesso ci troviamo di fronte ad un ipertrofico e narcisistico bisogno di professare verità inamovibili. Tutto ciò che non mi corrisponde, che si distanzia dalla mia scala di valori non può che essere svilito, denigrato.

Eppure sono stati spesi fiumi di parole sulla debolezza dell’essere “granitici”; sulla salute del movimento e dell’elasticità.

Nel momento in cui un operatore decide di divenire helper si dovrebbe impegnare ad un’attenzione non giudicante, intenzionale e presente.

Non so in quanti abbiano la consapevolezza di cosa significhi davvero non giudicare.
Spolverando il rogersiano “locus di valutazione interno”, in cui non serve un “buono”ed un “cattivo” bensì un’organismica saggezza in cui si riattivano le capacità valutative per le quali l’evento diviene importante per il significato che ha rispetto a colui che lo vive; essere non giudicanti è prestare attenzione a quanto avviene nell’altro, al suo processo esperienziale.
Tutto vero e tendenzialmente semplice se si cavalcano le onde dell’opinione condivisa dai più.

Sarà più indulgente ed empatico il medico curante un paziente con il cancro che pare essere comparso dal nulla rispetto a quello a cui capita un fumatore incallito, un alcolista, un obeso.

L’empatia non ha nulla a che vedere con la consapevolezza della catena causa-effetto.

L’operatore sceglie. Vuole. E’ impegnato.

Ma cosa sceglie?
Il medico sceglie di curare o di guarire?
L’ostetrica sceglie di far partorire o di accompagnare la donna?
L’infermiere sceglie di relazionarsi con il paziente anche sul piano emozionale?

Quando si scelgono professioni di “cura”, si ha un’attenzione reale a cosa sia dentro di sè il “valore cura”?

Professando un’intenzione, dovrei essere a buon punto nell’esplorazione della stessa.
E dovrei essere presente, focalizzando l’attenzione sul processo, una cosa per volta, qui ed ora; evitando cioè implicite riprese del passato e scomode presunzioni futuristiche.

Una relazione “curante” include il concetto di calore, rispetto e comprensione.

Con innocenza e purezza io custodirò la mia vita e la mia arte. (Ippocrate IV a.C.)

(1) Dott. Valentina Liuzzi, psicologa perinatale e dell’età evolutiva, www.nascerebeneviveremeglio.com

 

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