Un regalo sbagliato

articolo di Cristina Fiore

Hai mai avuto la sensazione di aver fatto un regalo sbagliato?
Ecco, io mi sento così.
Mi sento come chi ha dedicato molto tempo e cure alla ricerca di un fantastico dono, il più bello, per una persona speciale; l’ho confezionato con amore, ho fatto fiocchi dorati e ho scritto un meraviglioso biglietto. Poi ho atteso il momento di poter dare ed infine ho offerto, con il cuore gonfio di emozione.
E niente… tutto ciò che avevo immaginato non è stato. Ho sentito solo freddo.
Ciò che ci aspettiamo spesso è la molla verso la costruzione ma anche lo scivolo verso un baratro che non vorremmo visitare.
Ogni volta che propendiamo verso qualcosa, che nutriamo un desiderio forte, rischiamo di formulare il pensiero che è così grande il nostro sentire che non potrà che essere corrisposto.
Un po’ come dire magicamente: ciò che sento basterà per tutti; ciò che credo è così forte che è vero e condiviso.

Questo bias non può che portare ad un problema legato alla consapevolezza, all’assunzione della propria oggettiva responsabilità e quindi ostacolare la crescita individuale e la libertà personale.

Proviamo a fare qualche esempio:

G è innamorato di C, e vuole fortemente essere corrisposto. Se C. non corrisponderà sarà un’ingrata, una pessima persona, una che non capisce. Nella mente di G il sentimento è così forte che non è accettabile che C non sia in sintonia.
Il rischio è arrivare ad un atteggiamento persecutorio nei confronti di C oppure a limitare la propria libertà personale vincolandola a comportamenti rivolti all’altro, al tenerlo legato a sé senza curarsi della propria persona e del proprio benessere.

Sono così convinto di fare la cosa giusta che voglio che tutti facciano esattamente ciò che faccio io nel modo in cui lo faccio.
Essere convinti di un lavoro o di un progetto non implica che, anche qualora le idee di massime siano condivise, si abbia uno stesso modo di mettersi in gioco.
Il rischio è duplice: un immane sforzo di coinvolgimento dell’altro nelle proprie modalità, un bias di valutazione (si pensa che l’altro sbagli solo perché non ricopre il ruolo atteso).

Possiamo dire, scomodando Gordon, che si tratti di messaggi in “tu”, in cui il focus è l’altro e ci perdiamo noi stessi in questa protensione

Ancora una volta il centrarsi su di sé, l’ascoltare le nostre emozioni risulta essere lo strumento più adatto per funzionare in modo efficace.

Perché penso più all’altro che a me?
Che emozioni sento?
Posso accettare che l’altro non sia in sintonia con me?
Queste semplici domande possono davvero essere un utile strumento per la via dell’efficacia comunicativa.

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