La domanda difficile

Articolo di Francesco Gualerzi

Il trattamento manuale osteopatico è una terapia affascinante, oltre che efficace. A me piace come si instaura una sorta di “dialogo tattile” con il paziente, da affiancare alla comunicazione verbale vera e propria.

Affrontando appunto la parte verbale, noto, sempre con maggior frequenza, che diverse persone sono in difficoltà quando in studio si affronta l’argomento riguardante il proprio stile di vita.

Alcuni preferirebbero soluzioni preconfezionate: vengo dall’osteopata, lui mi “aggiusta” e il gioco è fatto. Invece non è così.

Una premessa: il lavoro che si compie con l’osteopata di fiducia è prima di tutto un percorso. Qui si nota secondo me una differenza dalle terapie manuali riabilitative, dove si effettua una serie di sedute o applicazioni di terapie fisiche mirate alle varie patologie in essere, allo scopo di ridare la piena o la migliore funzionalità fisiologica al paziente. Un lavoro utile, necessario ma nettamente diverso dall’osteopatia, la quale invece funziona “per accumulo”. In parole semplici, ogni seduta è come “pelare una cipolla”: si normalizzano una o più disfunzioni somatiche e poi il paziente si presenterà alla successiva seduta con una nuova serie di disfunzioni. Il lavoro pertanto continua fino a quando il corpo non evidenziano più segnali di squilibrio, di dolorabilità, di tensione, di anormalità tissutale. Insomma, fin quando non si trovano più disfunzioni evidenti.

Tutto questo però è solo l’inizio del “percorso” di cui sopra: la persona vive, si sposta, mangia, prova emozioni, ha uno stile di vita. È questa la parte più delicata e fondamentale dell’alleanza terapeutica con l’osteopata. Il compito del professionista è a questo punto quello di stimolare la persona a realizzare una presa in carico del proprio essere, ovviamente collaborando con altri professionisti, siano essi della medicina, della riabilitazione, della motricità, della nutrizione o della psiche. A questo stadio si trova la maggior parte delle resistenze della persona presa in carico.

Ho in mente un episodio recente di un paziente che, per un lungo periodo dopo le sedute, ha seguito alcuni miei consigli sul proprio stile di vita, curando l’alimentazione con una professionista del campo, combattendo con i propri mezzi la sua tendenza alla sedentarietà e trovando degli spazi anche per sé stesso, praticando autonomamente esercizi di Dorn e regalandosi ogni tanto sedute rilassanti di Shiatsu. È andato tutto bene per parecchi mesi, poi sono intervenuti fattori esterni non piacevoli nel suo contesto lavorativo ed ha abbandonato progressivamente molte delle buone abitudini acquisite. Lo capisco, quando arrivano le “botte” ci si scompone e anche non poco. Ora il lavoro faticoso è non solo quello di correggere le sue nuove disfunzioni somatiche, ma anche quello di invogliarlo nel tempo a tornare verso i comportamenti virtuosi. E questa sarà la parte più difficile, lo so già, perché le sue emozioni stressanti lo portano via dall’obiettivo.

Questo ennesimo episodio a me conferma quanto sia importante non fermarsi alla seduta in studio: personalmente dedico sempre un po’ di tempo per spiegare questi concetti e insegnare gli esercizi di Dorn, come primo passo verso un miglioramento dello stile di vita. La scelta finale è e resta della persona, che potrà farsi la seguente domanda: “Voglio prendermi carico di me stesso o demando ad altri, senza intervenire?”.

Una domanda alla quale è difficile rispondere, lo so. Spero questo articolo possa aiutare qualcuno a trovare la propria risposta.

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