La dimensione attiva dell’helpee.

 articolo di Cristina Fiore

Nella relazione d’aiuto troppo spesso viene sottovalutata la dimensione attiva di colui al quale si presta aiuto. Senza un adeguato  coinvolgimento l’helpee  non è facilitato nei processi interni di esplorazione, fondamentali affinché si verifichi un cambiamento.

L’aiutato che analizza e verbalizza estesamente la sua situazione diventa condizione necessaria all’helper per personalizzare il percorso di aiuto.

È necessario ricordare che l’obiettivo finale dell’aiuto è  impegnare il cliente in processi che portino alla crescita e allo sviluppo delle sue proprie dimensioni umane.

Il primo passo, fondamento di tutto il processo di aiuto, è permettere che l’helpee guardi dentro di sé per rileggere in prima persona il proprio vissuto. Potremmo chiamare questo passaggio elaborazione interpersonale, questa richiede abilità di esplorazione, comprensione ed azione.

Esplorazione significa stabilire esattamente il punto in cui ci si trova rispetto ad una determinata esperienza; nel momento in cui, chi ha bisogno d’aiuto, si rende conto di quale sia la sua esatta posizione allora inizia anche a comprendere dove desidererebbe essere e quale sia la distanza tra il posto in cui si trova e quello in cui vorrebbe trovarsi.

Senza un reale coinvolgimento nella dinamica della relazione d’aiuto, è difficile che ci si possa permettere un’esplorazione profonda e sincera.

Al fine di spingere il cliente a questo passaggio,  è necessario che si trasferisca all’interno della relazione un alto gradiente motivazionale che in questo caso questo è dato essenzialmente dall’attenzione totale che l’operatore dimostra al vissuto dell’helpee.

Un’esperienza si dice condivisa ad alti livelli quando il cliente riesce a comunicare vissuti importanti con intensa immediatezza emotiva e con specificità, rimandando a chi ascolta una narrazione poggiata su dati concreti precisi senza rimanere nell’astrattezza, nella genericità.

L’esplorazione è la premessa per una comprensione di obiettivi che la persona potrebbe stabilire per se stessa; è il tentativo di capire ciò che si vorrebbe essere, dove  si vorrebbe stare,  come si vorrebbe poter affrontare questa situazione.

Dalla comprensione all’azione il passo è relativamente breve, chi ha ben compreso quali siano gli obiettivi da raggiungere, agisce per definire obiettivi specifici, per sviluppare programmi dettagliati e per mettere in pratica i passi dei programmi.

Il processo interpersonale di crescita non è quindi appannaggio dell’utilizzo di buone tecniche, esso infatti non può prescindere dalle persone che si coinvolgono nel processo della relazione d’aiuto.

Sia l’operatore che cliente sono parte attiva in questa dinamica.

Compito dell’helper è mettere a disposizione se stesso e la propria professionalità affinché la persona dell’helpee, quale essa sia, trovi una sua dimensione di reazione specifica.

La parte esplorativa dovrebbe essere quella che copre il tempo maggiore nella relazione; è la parte del giudizio sospeso, dell’attenzione tout court, della motivazione al coinvolgimento.

Prestare aiuto è un atto rispettoso, di difficile attuazione.

Penso ad un consulente per l’allattamento di fronte ad una donna che sceglie il latte artificiale; penso ad un educatore prenatale alle prese con la paura del parto naturale posta di fronte ad una specifica richiesta di supporto al parto fisiologico; penso ad un operatore fautore del contatto di fronte ad una coppia genitoriale in difficoltà su questo fronte.

Troppe volte si presta aiuto a chi di fatto non è ne ha bisogno e si rimane in balia di emozioni che parlano di fastidio, insofferenza e incomprensione quando l’altro è distante dai nostri principi valoriali.

Quando si sceglie una professione d’aiuto ci si imbatte in tipologie di persone diverse con bisogni e valori spesso distanti da quelli che riteniamo corretti anche con ragione.

Aver chiaro il proprio obiettivo personale, che è distante dalla manipolazione ma vicino ad un positivo cambiamento che l’altro attiva in seno alla sua vita, è un lavoro di consapevolezza quotidiana che va ritoccato ed aiutato perché mantenga una dimensione di stabilità.

Aprirsi alla comprensione di posizioni distanti dalle proprie ci fa sentire fragili, sgretolabili. Abbiamo paura che se capiamo il significato che ha per l’altro una data posizione, allora la nostra sarà meno forte, allora potremmo cambiare idea, allora non è poi così vero ciò in cui crediamo.

La forza sta nel poter aprirsi agli altrui significati, sta nel confronto, nell’accettazione di una posizione distante dalla mia, nell’ascolto sincero, leale e attento.

Non importa, per portare un esempio,  se quella donna non riesce ad allattare il proprio bambino al seno, è importante che lei sappia che può essere compresa e ascoltata anche se non abbatterà le sue  barriere, che questo non farà di lei una donna o una mamma sbagliata.

Solo in questo modo sua figlia potrà essere libera di allattare al seno.

Passare informazioni corrette e importanti, non deve mai prescindere dall’accettazione dei limiti dell’altro che a volte non sono superabili qui e ora.

Il processo di cambiamento, però, si può innescare da subito. Se sarò ascoltato mi permetterò di esplorarmi.

L’helpee deve rimanere processo attivo e centrale nel processo di aiuto perché il cambiamento che noi auspichiamo sarà suo, come suoi modi e tempi.

 

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