Di maschere, di “sé” e di comodità

articolo di Cristina Fiore

Gran parte della mia vita non può essere narrata, e gran parte di quello che posso dire non val la pena di essere detto. Ci sono molte cose che ho imparato a non dire agli altri, perché sembravano bizzarre. Gli altri si spaventavano e cercavano di nascondere la loro paura con maniere spavalde, dicendomi con fiducia cosa fare. Se avessero espresso la loro paura, ne avremmo potuto parlare, e anche della mia. Nascondendola, mi davano qualcos’altro da nascondere, insieme alle cose che non si possono dire. (1)

Con queste poche righe Barry Stevens mi aiuta a riflettere circa il fenomeno della “maschera”, quella che ci rendiamo conto di indossare ogni qualvolta pensiamo di non piacere agli altri, di dover essere differenti da ciò che siamo, in qualche modo di essere performanti.

Nello stesso tempo emerge la fatica di stare nelle emozioni (in questo caso la paura) e quindi di negarle, anche quando, se comunicate con onestà, fornirebbero un utile terreno di scambio, forse l’unico efficace.

[…] in un’ampia varietà di rapporti interpersonali caratterizzati da rapporti con gli altri […] l’elemento più significativo al fine di determinarne l’efficacia è la qualità del rapporto interpersonale con il cliente. (2)

Ma cosa si intende per qualità di rapporto?

Troppo spesso vittime di idee performanti, di fretta soluzionistica, di fuga, dimentichiamo che la formula della trilogia rogersiana (congruenza, empatia, accettazione) è proprio lì sotto mano, così semplice e così inaccessibile.

Spesso ci troviamo a rincorrere un’accettazione da parte di tipologie di persone che pensiamo di non tollerare oppure forniamo veloci consigli e soluzioni per toglierci dall’angoscia che ci provocano alcuni racconti.

Ma perché è così difficile mantenere un’aderenza alla nostra essenza profonda?

Molto ha a che vedere con la costruzione dell’identità personale, dell’immagine di sé che si costruisce a partire dall’infanzia attraverso il rapporto con le figure di accudimento e che si consolida e si ricrea (talvolta con risvolti positivi altre volte negativi) attraverso i rapporti significativi che intrecciamo durante la nostra vita.

L’immagine di sé condiziona il modo di essere e di agire, influenzando o ostacolando gli obiettivi che l’individuo si propone di raggiungere. A sua volta, si compone di immagini diverse ma in stretto rapporto tra loro: così, quella relativa alla nostra sessualità può condizionare il rapporto affettivo-emotivo con un eventuale partner, mentre quelle connesse alle nostre qualità e capa- cità possono condizionare le relazioni interpersonali e il raggiungimento di certi traguardi.

Uno dei primi teorici che approfondì il discorso legato a quanto gli altri ci influenzino fu George H. Mead (3), William James (4) ci parla invece di come l’autostima sia frutto del rapporto tra il sé percepito e il sé ideale, in pratica l’eterna lotta tra chi siamo e chi vorremmo essere.
Quindi più è grande la distanza tra come ci percepiamo e come vorremmo essere e peggio sta la nostra autostima.
Charles H. Cooley (5) definisce il sé come prodotto delle relazioni con gli altri (looking – glass self).
Abbiamo quindi imparato a plasmarci seguendo i suggerimenti positivi o negativi di chi ci sta intorno; i rinforzi positivi che provengono dagli altri sono così importanti per noi che ci sentiamo gratificati anche qualora siano rivolti ai nostri cari (siamo contenti se qualcuno fa un “complimento” ad un figlio, ad esempio, ma anche euforici se vince la nostra squadra del cuore).

Abbiamo bisogno però di sentirci distinti e distinguibili e rivendichiamo con forza la nostra appartenenza, soprattutto quando siamo lontani dal gruppo o dal luogo in cui ci riconosciamo (es. patriottismo). L’ambiente sociale ci spinge in modo pressoché identico sia verso il conformismo che verso l’anticonformismo…

Teniamo anche conto che nella costruzione dell’immagine di sé influiscono in modo imperativo i ricordi; se la nostra memoria può pescare in un pozzo di immagini belle e gratificanti sarà in grado di creare un sé più “comodo” rispetto al sociale che lo circonda.

Una volta costruita la nostra immagine ha bisogno di essere solida, stabile e noi metteremo in atto tutta una serie di strategie comportamentali e cognitive (conscie e no) per mantenerci fermi.

Spiega benissimo la Dott.ssa Ludovica Mazzei “Molti psicologi sociali hanno evidenziato come vengono adottate diverse strategie cognitive che ci permettono di mantenere unità e stabilità alla nostra immagine del sé. Si adotterebbero processi di autoconservazione più o meno consapevoli. Ci sarebbero tre strategie di autoconferma quali: l’attenzione orientata, la interpretazione orientata, l’affiliazione e la presentazione. Per quanto riguarda l’attenzione orientata, siamo particolarmente sensibili a determinate informazioni, atte a confermare le nostre ipotesi. Così se desideriamo risultare simpatici agli altri, saremmo, portati ad osservare, per esempio, se gli altri ci sorridono o quanto si trattengono a parlare con noi. Per quanto riguarda l’interpretazione orientata, se i giudizi degli altri non ci piacciono tendiamo a interpretarli sulla base, per esempio, del fatto che sono male informati o che volevano ottenere qualcosa. L’affiliazione si verifica nella scelta appropriata delle nostre amicizie, in modo da ottenere i giudizi che desideravamo. Ed è importante l’autopresentazione, per cui ci presentiamo agli altri in modo da ottenere il, giudizio su di noi che speravamo, e se gli altri non dovessero accettare la nostra identità, gli diamo una quantità di informazioni personali in modo da fargli cambiare giudizio.” (6)

E voi, che ne pensate?

1) Carl R. Rogers, Barry Stevens, “Da Persona A Persona”, Ed. Astrolabio. (Della mia vita VI, pag 123)
2) Carl R. Rogers, Barry Stevens, “Da Persona A Persona”, Ed. Astrolabio. (Il rapporto interpersonale: il nucleo del rapporto di “guidance”, pag. 97)
3) George Herbert Mead (South Hadley, 27 febbraio 1863 – Chicago, 26 aprile 1931) è stato un filosofo, sociologo e psicologo statunitense, considerato tra i padri fondatori della psicologia sociale.
4) William James (New York, 11 gennaio 1842 – Tamworth, 26 agosto 1910) è stato uno psicologo e filosofo statunitense di origine irlandese. Egli fu presidente della Society for Psychical Research dal 1894 al 1895.
5) Charles Horton Cooley (Ann Arbor, 1864 – 1929) è stato un sociologo statunitense, tra i principali teorici dell’interazionismo simbolico. Dal 1892 è stato docente di sociologia presso l’Università del Michigan.
6) Ludovica Mazzei, La percezione sociale, psicolife.com

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