Comunicare, Discomunicare, Aggredire

articolo di Cristina Fiore

La comunicazione è sempre un’attività a rischio (Anolli, 2000); mi piace partire da questa frase per sottolineare come, anche quando muniti di buone intenzioni, non riusciamo affatto a portare avanti un efficace processo di scambio.
In quanto atto sociale, rientra nella sua definizione la condizione necessaria e vincolante, di poter esistere solo all’interno di gruppi o comunità e di avere come oggetto la condivisione di significati, quale sia il codice comunicativo scelto, funzionale o meno.


Scomodando i 5 assiomi di Watzlavick (impossibilità di non comunicare, livello di contenuto e livello di relazione, punteggiatura come sequenza di eventi, comunicazione numerica e annalogica, interazione simmetrica e complementare), vorrei soffermarmi sul secondo.
Nella comunicazione esistono un aspetto di contenuto ed uno di relazione.
Un messaggio contiene una componente informativa (contenuto, notizia, comunicazione) ed una di comando che si riferisce alla relazione tra i comunicanti (metacomunicazione). Il problema consiste nel definire la relazione che intercorre tra l’aspetto di comando e quello di notizia del messaggio (E. Baroni, 2010).
Watzlavick usava l’esempio del calcolatore che ha bisogno di dati immessi (informazione) ma anche di altri dati che gli consentano di trattare i primi (metainformazione).
L’aspetto di contenuto e quello relazionale sono quindi in un rapporto di complementarietà tale per cui il contenuto viene qualificato dalla relazione.
Il qualificare l’aspetto relazionale come “di comando” mi fa pensare a come l’atto comunicativo sia un agito verso qualcuno, è “fare qualcosa” ed ha effetti sulla sequenza degli scambi in un ottica retroattiva di reciproca influenza. Considerando l’aspetto relazionale, nessun atto comunicativo potrà essere neutro o indifferente, anzi, lo potremmo definire plasmante il modello relazionale.
Le persone sono predisposte ed essere intenzionali e ad agire come dotati di intenzionalità; Dennet (1987) ha evidenziato un atteggiamento intenzionale come predisposizione naturale a interpretare “l’azione di qualsiasi entità (artefatti, animali, neonati e adulti), come se fosse pianificata in modo consapevole e come se fosse dotata di un’intenzione, regolata da un sistema di credenze, di desideri e di scopi. Le persone sono naturalmente portate a ritenere che le conversazioni, i discorsi, i gesti, gli sguardi, i testi e così via siano il risultato di attività umane intenzionali dotate di scopi”.
Ci troviamo quindi di fronte ad uno scambio circolare, pensato come intenzionale, di contenuti veicolati dalla relazione. Intenzionalità come “direzionalità” (Brentano) quindi una credenza, una paura, un desiderio ma anche come proprietà di un’azione compiuta per arrivare ad uno scopo.
Per citare nuovamente Anolli “senza la presenza di un comportamento intenzionale reciproco il messaggio è soltanto informativo e non comunicativo”.
Intenzionale, da in-tentus, tendere verso; comunicare: rendere comune; aggredire, ad-gradi: andare verso. Osservando le parole e il loro significato sembrerebbero ricalcarsi e tristemente lo fanno, nelle nuove accezioni dei termini, in gran parte della modalità comunicativa.
Il “cantiere di lavoro” mi pare possa legato all’intenzionalità come possibile origine di un fluire di pensieri costruttivi; chiarire l’intenzione del mio atto comunicativo potrebbe essere un buon punto di partenza.

  • Qual’è l’intenzione del mio messaggio? Intenzione intesa nelle due accezioni di “credo” e di “scopo”.
  • A quali bisogni risponde? Una volta chiarita la parte intenzionale, potremmo passare all’analisi del bisogno. A cosa risponde quell’atto comunicativo?
  • Che cosa vorrei “mettere in comune”?
  • Il mio atto è “andare incontro” o “andare contro”?

Queste riflessioni non sono senz’altro atti risolutivi delle problematiche comunicative ma potrebbero consentire una maggiore chiarezza, almeno in chi lo desideri.
La comunicazione attraverso i social ha un aspetto veramente particolare; i lati giudicante, aggressivo, generalizzante emergono imperiosi a insegna imperitura di problemi poco visti, non ascoltati, non accolti.
Termino, come ho iniziato, con una frase di una delle menti che più ha affascinato la mia: “ L’attività di fruizione dei media è un’attività di partecipazione alla costruzione di senso che presuppone un processo di trasformazione” (Anolli).

Riferimenti bibliografici:

  • Luigi Anolli, “Psicologia della Comunicazione”, Il Mulino
  • De Blasi, Manca, Vitale, “Introduzione alla psicologia”, Alpes
  • Dennet DC, “L’atteggiamento intenzionale”, Il Mulino
  • Brentano, “La psicologia da un punto di vista empirico”, Vol 1, Reverdito

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