L’ascolto efficace e il rischio di intervento di facilitazione

Mai si è troppo giovani o troppo vecchi per la conoscenza della felicità. (Epicuro)

L’ascolto efficace e il rischio di intervento di facilitazione

14 Luglio 2014 Blog counseling 0

 articolo di Cristina Fiore

E’ bastato un input dell’amica Claudia Ravaldi[1] per farmi riflettere circa la tentazione, mi si passi il termine, di accelerare il processo in atto in una relazione d’aiuto. Quando mi trovo di fronte al dolore, alla sofferenza indicibile di un lutto relativo alla morte di un bambino ma anche rapportandomi ad altri vissuti di perdita e di fronte allo smarrimento che leggo più volte negli occhi di chi mi si rivolge in cerca di un aiuto, nasce imperioso il desiderio di intervenire per accellerare quel tempo così gravoso, nell’ottica di portare un sollievo più veloce in termini di tempo al cliente che mi si rivolge.

L’helper, in quanto catalizzatore del movimento di maturazione, chiarificazione, apprendimento (Carkhuff e Berenson, 1976)[2], condizioni che contraddistinguono una relazione d’aiuto, comprende che è comunque tutta dell’helpee la fatica e la responsabilità della ricerca della strada più adatta a sé.

Riposizionarsi in un luogo in cui la relazione d’aiuto è davvero strumento di libertà[3] per far sì che la persona abbia intorno a sè condizioni favorevoli alla crescita ed arrivi nuovamente ad attingere ad autonomia, dignità e autostima proprie, è titanica impresa che coinvolge l’operatore in un gioco di ancoraggi nei quali spesso più che protetto si sente inchiodato.

Secondo il modello rogersiano classico la relazione d’aiuto porta il cliente sulle soglie dell’azione aiutandolo ad autocomprendersi, ad esplorare proprie esperienze, comportamenti, emozioni;  ad avere ben chiaro il quadro delle scelte circa i possibili cambiamenti personali.

Possiamo però trovarci di fronte a qualcuno che vive con potenzialità di giudizio e comprensione momentaneamente offuscate e compromesse e che attinge allo strumento di aiuto per cercare di recuperarle.

Nel 1942 Carl Rogers in “Counseling and Psychoterapy” sottolinea come nessuno occupi una posizione migliore del soggetto stesso per sapere quali siano i suoi problemi e che il focus dovrebbe essere la modalità di integrazione delle proprie esperienze quale essa sia.

Nel caso in cui il cliente, e accade spesso quando viene richiesta una consulenza relativa ad un lutto, sia congelato nel suo dolore, l’operatore vive un’esperienza frustrante di impotenza e talora di inutilità e qui insorge il grande rischio dell’intervento forzato, a sbloccare quel tempo che diviene insopportabile anche per l’helper.

Pur andando oltre il modello strettamente rogersiano in cui per produrre uncambiamento terapeutico della personalità sono condizioni necessarie e sufficienti empatia, accettazione e congruenza; ed abbracciando un modello di più ampia considerazione di intervento quale quello proposto da Carkhuff e Berenson, dove tra le helper skills sono annoverati anche il confronto e l’autoapertura, l’enfasi della relazione d’aiuto continua ad essere sul cliente, come persona capace di attivazioni necessarie all’integrazione e allo sviluppo della propria tendenza attualizzante.

L’operatore a cui l’impatto con il dolore congelante crea un problema, diventa anch’egli soggetto in crisi; il modo di affrontare il dolore dell’helpee lo spiazza e lo rende insicuro e frustrato. L’attivazione rispetto ad una forzatura del processo non è quindi che una risposta ad un proprio disturbo, ad un disagio del so-stare.

Le skills richieste all’helper nella relazione d’aiuto sottolineano che il significato tecnico della centratura sulla persona è condizione necessaria affinchè ci sia un efficace facilitazione.

Spostare l’attenzione verso il processo d’aiuto in quanto tale potrebbe permettere all’operatore di uscire dal disagio frustrante della sosta nell’altrui dolore mantenendo un atteggiamento di interesse aperto, non direttivo, non giudicante, con autentica intenzione di comprendere l’altro nel significato che la situazione ha per lui e con uno sforzo costante per rimanere obiettivo e per controllare ciò che avviene nella relazione in se stessa.

La fatica che era stata spostata, nell’approccio centrato sulla persona, dalla responsabilità dell’helper a favore del coinvolgimento del cliente come unico soggetto competente rispetto al suo disagio, si carica ora nel controllo costante ed attento del sistema-relazione come strumento di crescita.

Il risultato, quindi, si potrebbe riassumere, è comunque l’ascolto costante di sè, dell’altro e del processo d’aiuto; un ascolto pieno, coinvolgente ed intensamente emozionale al quale qualsiasi helper è chiamato.

Ti ho risposto Claudia?

a noi che ci crediamo sempre e ancora sempre

 


[1] Claudia Ravaldi, medico psichiatra psicoterapeuta, fondatrice CiaoLapo Onlus (www.ciaolapo.it)

[2] Carkhuff R.R. e Berenson B. (1976), Teaching as treatment. An introduction to counseling and psychoterapy, Amhrest, Human Resource Development Press, Inc.

[3] Giordani B. (1977), La relazione d’aiuto secondo l’indirizzo di Carl Rogers, Brescia, La Scuola-Antonianum.

 

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